L'imam Shahin resta in carcere, la Corte d'Appello conferma l'espulsione

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La vicenda di Mohamed Mahmoud Ebrahim Shahin, l’imam della moschea di Torino divenuto negli ultimi anni una figura visibile nelle mobilitazioni pro-Palestina, entra in una fase decisiva. La Corte d’Appello di Torino ha infatti confermato il suo trattenimento nel CPR di Caltanissetta, respingendo le obiezioni della difesa e validando il provvedimento di espulsione disposto dal Ministero dell’Interno per motivi di sicurezza dello Stato. Un epilogo, questo, che non fa che ribadire la natura del caso, lontana da quelle che alcuni, in buona o in cattiva fede, hanno voluto dipingere come una semplice questione di libertà di opinione.

Le motivazioni di Palazzo Chigi

Il Viminale, che ha firmato il decreto di espulsione, ha definito Shahin un “messaggero di un’ideologia fondamentalista e antisemita”, tracciando un profilo del predicatore chiaramente vicino all’Islam radicale. Le autorità di polizia, le cui valutazioni sono state ora confermate dalla magistratura, lo considerano "una minaccia concreta, attuale e grave per la sicurezza dello Stato", un giudizio che va ben al di là delle sue dichiarazioni pubbliche, per quanto controverse, e che affonda le radici in una visione del mondo percepita come pericolosamente affine a quella di Hamas.

Le reazioni e le polemiche

L’espulsione dell’imam, però, non è passata inosservata, scatenando reazioni contrastanti. Da una parte, il vescovo di Pinerolo è intervenuto con un video appello, definendo Shahin un “uomo del dialogo” e esprimendo stupore per il fatto che si rischi l’espulsione “per delle opinioni espresse”. Dall’altra, esponenti politici, come Kelany, hanno accusato parte della sinistra di fare, attraverso queste mobilitazioni, una pericolosa apologia del terrorismo, in un dibattito che polarizza l’opinione pubblica. La stessa Ilaria Salis, deputata di Avs, ha parlato di un “attacco politico”, segnando un solco netto tra chi vede nella misura di sicurezza uno strumento necessario e chi vi legge una strumentalizzazione.

La situazione personale di Shahin

Sul fronte personale, la posizione dell’imam, che ha 47 anni ed è di origini egiziane, appare complicata. A lui, infatti, è stata revocata la cittadinanza italiana, mentre la sua richiesta di protezione internazionale – avanzata sulla base dei rischi che afferma di correre in Egitto in quanto oppositore del presidente Al Sisi – non è stata accolta. Quest’ultimo diniego, unito alla convalida del fermo, ha di fatto spianato la strada al suo rimpatrio forzato, chiudendo, almeno per ora, ogni spiraglio legale per rimanere nel paese.

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