Vino italiano, l’export extra-Ue arranca: -11% nel primo trimestre, gli Usa frenano ma crescono Russia e Cina
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Redazione Economia
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Non si arresta la flessione per l’export del vino italiano verso i mercati extra-Unione Europea, un comparto che - va ricordato - rappresenta la punta di diamante dell’agroalimentare nazionale. I dati diffusi dall’Osservatorio dell’Unione italiana vini (Uiv) relativi al primo trimestre del 2026 dipingono infatti un quadro ancora in negativo, sebbene si registri un lieve, parziale miglioramento rispetto all’inizio dell’anno.
Il fatturato generato oltre i confini comunitari, pur attestandosi vicino alla soglia del miliardo di euro, segna una contrazione tendenziale dell’11%; una percentuale che, se confrontata con il -16% dei primi due mesi, suggerisce una leggera attenuazione della caduta, grazie soprattutto a un marzo che si è rivelato sostanzialmente stabile (-2,3% a valore ma con un +3,9% in volume).
Il crollo del mercato statunitense e il peso dei dazi
La causa principale di questo stato di difficoltà risiede nelle dinamiche del principale mercato di sbocco, gli Stati Uniti, dove il vino made in Italy sconta ancora pesantemente l’impatto della guerra commerciale e delle barriere tariffarie.
L’Osservatorio Uiv stima un crollo delle vendite del 20,5% a valore nel primo trimestre, un dato che tuttavia - avvertono gli analisti - va letto con cautela, poiché il confronto con lo stesso periodo del 2025 risente di un effetto distorsivo: l’anno scorso, infatti, gli importatori americani avevano fatto incetta di scorte (il cosiddetto frontloading) per timore dell’introduzione delle tariffe aggiuntive da parte dell’amministrazione statunitense.
Nonostante gli sforzi dei produttori nostrani, che hanno dovuto ridurre i listini per assorbire parte del balzello e restare competitivi (si parla di sconti che in alcuni casi superano il 10%), i consumi reali Oltreoceano restano in sofferenza. Le rilevazioni sulla distribuzione verso i punti vendita segnalano un calo dei volumi del 7,2% nel primo quadrimestre, accompagnato paradossalmente da un aumento dei prezzi al consumo del 4,3%.
La sorpresa dei mercati emergenti: Russia, Cina, Brasile e Messico
A tamponare, seppur parzialmente, l’emorragia di fatturato causata dalla flessione americana (che resta il top buyer assoluto nonostante tutto) sono arrivati però dei partner inaspettati. Se da un lato le esportazioni verso piazze tradizionalmente solide come Regno Unito (-8,7%) e Svizzera (-9,6%) hanno mostrato segni di cedimento, dall’altro l’Osservatorio dell’Uiv ha dovuto registrare “forti incrementi della domanda” proveniente da aree geografiche spesso dimenticate dalle cronache economiche.
Russia, Cina, Brasile e Messico hanno infatti fatto registrare una crescita significativa degli acquisti, un’ancora di salvezza che ha contribuito a calmierare la perdita generale. Nel caso del Brasile, in particolare, si iniziano a intravedere i primi effetti positivi legati all’accordo commerciale tra Unione Europea e Mercosur, un volano che potrebbe sostenere le vendite anche nei prossimi mesi.
La strategia di contenimento: ridurre le rese per salvare la qualità
Di fronte a uno scenario di mercato che non mostra ancora inversioni di tendenza chiare, il mondo della produzione sta cercando di adottare contromisure strutturali piuttosto che limitarsi a tagliare i prezzi. Lamberto Frescobaldi, presidente dell’Unione italiana vini, ha sottolineato l’urgenza di mantenere alto il “livello di guardia”, suggerendo una strada precisa per evitare danni collaterali all’intera filiera.
L’imperativo, oggi, è quello di equilibrare l’offerta per evitare un eccesso di prodotto sul mercato; in tal senso, Frescobaldi ha apprezzato le decisioni di alcuni consorzi di denominazione che hanno già scelto di ridurre le rese in vista della prossima vendemmia.
L’auspicio, ha aggiunto, è che questa linea venga adottata a livello nazionale, perché produrre più di quanto il mercato sia in grado di assorbire - con le giacenze già elevate - rischierebbe di generare effetti “deleteri” sui prezzi a tutti i livelli, mettendo a repentaglio il riconoscimento qualitativo di cui gode il vino italiano nel mondo.




