La "interferenza" di Alessandro Michele: a Palazzo Barberini la sua prima sfilata romana per Valentino
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Redazione Cultura e Spettacolo
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«Sono io l’interferenza». La risposta di Alessandro Michele, diretta e priva di giri di parole, arriva mentre la sua prima sfilata romana per Valentino si è appena conclusa tra le magnificenze tarde manieriste di Palazzo Barberini. Il direttore creativo, che ha voluto intitolare la collezione Autunno/Inverno 2026-27 Interferenze, spiega così il senso di un termine, quello, che lui stesso utilizza per descrivere il proprio operato all'interno di una maison dalla storia così pesante, forgiata da Valentino Garavani, l’"ultimo imperatore" scomparso lo scorso gennaio. La scelta di Roma, di un luogo simbolico come Palazzo Barberini — scrigno che custodisce le scale monumentali del Bernini e del Borromini, due anime architettoniche in dialogo e in conflitto — non è affatto casuale, ma veicola un messaggio preciso, anzi, lo incarna. "Monsieur Garavani creava donne perfette", prosegue lo stilista, "io sono il disturbo di questa messa in onda". E quel disturbo, quell'essere fuori posto prendendo il posto di un altro, diventa la cifra stilistica e concettuale di un'intera collezione, presentata davanti a un parterre che annoverava, tra gli altri, Gwyneth Paltrow, Lily Allen, Georgina Rodriguez e Bianca Balti.
Il palcoscenico barocco e l'invito al frammento
La sede prescelta, che ha visto sfilare i capi tra l'ammirazione di ospiti come Vittoria Puccini con la figlia Elena e Sara Serraiocco, non è un semplice contenitore di lusso, ma parte integrante del racconto. Per Michele, il palazzo voluto da papa Urbano VIII rappresenta "la coesistenza forzata di ordine e frizione permanente", un luogo dove il rigore e lo sconfinamento convivono e si scontrano, proprio come accade nel vestire e, per estensione, nella moda stessa. Questa frizione è resa evidente dalla presenza delle due celebri scale, una quadrata e solenne, l'altra elicoidale e avvolgente, che simboleggiano le forze opposte in gioco. A suggellare questa poetica del dettaglio e della memoria, persino l'invito alla sfilata era un frammento, la copia di un bottone nascosto del busto di un cardinale, accompagnato dalla frase latina "Quod est perenne gaudium requirere". Un modo, questo, per suggerire come la contemplazione di un particolare minimo, quasi invisibile, possa trasformarsi in esperienza estetica e sedimentarsi nella memoria collettiva. Un'operazione, la sua, che intende celebrare la "grande bellezza" di Roma, una città che, come ama dire lo stesso Michele, "è nata dritta ma poi è diventata meravigliosamente storta", proprio come la sua visione creativa.
La sartoria come errore calcolato
La collezione che ha sfilato su un tappeto d'erba artificiale, sotto lo sguardo degli affreschi di Pietro da Cortona, si muove in questo stesso solco, quello di un'eleganza che non cerca la perfezione statica ma la tensione dinamica. La moda, per Michele, vive di sopravvivenze e di futuri che si coagulano per poi bloccarsi, in un ciclo continuo di rimandi e riprese. Ecco allora che i capi presentati giocano proprio sull'asimmetria e sull’errore volutamente esibito, come dimostra il torchon lasciato volutamente a vista dietro una giacca da uomo o la plissettatura larga di una cappa che copre a malapena un abito lungo. Lo stilista confessa di essersi innamorato, durante il suo "lungo seminario" in Valentino, della lavorazione plissé, e ora ne pretende moltissimo, portandolo in passerella su long dress diafani, su gonne e su bluse. Gli accostamenti cromatici sono audaci e imprevisti: il rosa con il viola, l'arancio con il verde, il rosso con il menta.
Tra i pezzi forti, pantaloni di velo indossati con giacche di pelle dalle spalle squadrate e pantaloni di chiffon ricamati con paillettes, mentre per la sera spiccano abiti con torchon di Swarovski al collo e ai polsi. Anche la figura maschile viene ridefinita, con cappotti color cammello, giacche drappeggiate sulla schiena e completi in gessato grigio. In questo universo di interferenze, un solo, isolato abito rosso fa capolino, un omaggio esplicito e doveroso al fondatore, un tributo a quel colore che è diventato sinonimo di Valentino Garavani e che Michele, pur ammettendo che sia "impegnativo da lavorare", ha voluto inserire come sigillo emotivo e storico.
La città e la moda in diretta
L'operazione Interferenze ha però valicato le mura di Palazzo Barberini, invadendo letteralmente lo spazio urbano. Per la prima volta, una grande maison ha scelto di trasmettere in diretta la propria sfilata su maxischermi collocati in diverse città italiane, trasformando un evento elitario in un momento di condivisione pubblica. Grazie alla collaborazione con Urban Vision Group e con il supporto dell'Assessorato ai Grandi Eventi di Roma, la passerella è stata visibile in vari punti della Capitale, come Largo di Torre Argentina, Piazza Mazzini e il quartiere Testaccio, ma anche a Milano — sui Navigli, in Corso Como e in Galleria del Corso — e a Napoli, lungo via dei Tribunali. Un'iniziativa che ha portato il fashion system direttamente a contatto con la gente, rendendo il pubblico partecipe di un meta-evento che coniuga l'heritage della maison con l'innovazione tecnologica e sociale. Dopo la sfilata, i settecento ospiti si sono spostati al Casino dell'Aurora di Villa Ludovisi per un party esclusivo, durante il quale si è esibita Lily Allen. Ma al di là dei festeggiamenti e del glamour, resta il messaggio di fondo lanciato da Michele: la moda è un campo di interferenze, un crocevia di tensioni e di memorie, e la sua "grande bellezza" risiede proprio in questa capacità di ospitare il conflitto e di trasformarlo in estetica.




