Il Ministero compra un Caravaggio per Palazzo Barberini: spesi 30 milioni per il ritratto di Maffeo Barberini
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’atto è stato firmato nella sede di via del Collegio Romano, e con quella sottoscrizione, avvenuta alla presenza del ministro Alessandro Giuli e di una schiera di alti funzionari e direttori di musei, lo Stato italiano ha ufficialmente messo a segno un altro colpo da maestro. Dopo l’acquisizione, annunciata appena un mese fa, dell’Ecce Homo di Antonello da Messina, un piccolo gioello su tavola strappato per 14,9 milioni di dollari a un’asta di Sotheby’s e destinato ora a L’Aquila, è la volta di un’opera che arricchirà il già cospicuo patrimonio delle Gallerie Nazionali di Arte Antica. Si tratta del Ritratto di Monsignor Maffeo Barberini, tela che il Ministero della Cultura ha strappato al mercato privato per una cifra che sfiora i 30 milioni di euro, una somma che da sola basta a spiegare l’eccezionalità dell’operazione, visto che rappresenta uno degli esborsi più alti mai sostenuti dall’erario per l’acquisto di un’opera.
La trattativa, come è stato sottolineato dagli stessi uffici del MiC, è durata oltre un anno e si è conclusa positivamente grazie a un negoziato che ha permesso di riportare in ambito pubblico un dipinto la cui esistenza era nota agli specialisti, ma che da decenni, se non da secoli, apparteneva a una raccolta privata fiorentina. L’opera, che raffigura il potente prelato fiorentino Maffeo Barberini intorno ai suoi trent’anni, quando era già una figura di spicco della Curia romana in qualità di chierico della Camera Apostolica, è destinata a tornare idealmente a casa: andrà infatti a incrementare le collezioni di Palazzo Barberini, lo splendido palazzo seicentesco che proprio la famiglia Barberini fece costruire e che oggi, nelle sue sale, custodisce altri capolavori del Merisi, come la celebre Giuditta e Oloferne.
Non è la prima volta che quest’opera varca le soglie del museo romano. Solo pochi mesi fa, tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, il dipinto era stato infatti protagonista di una mostra temporanea dal Titolo Caravaggio. Il ritratto svelato, un’esposizione che aveva rappresentato una circostanza storica per il grande pubblico e per la critica. In quell’occasione, la tela era stata concessa in prestito dai proprietari e, per la prima volta, era uscita dall’ombra di una collezione per essere sottoposta allo sguardo di migliaia di visitatori e di studiosi, i quali avevano potuto così confermare la straordinaria qualità dell’opera, esposta nella suggestiva Sala Paesaggi di Palazzo Barberini.
L’attribuzione longhiana e la rarità del ritratto caravaggesco
Il nome di Caravaggio, nel caso specifico di questa tela, non è legato a una tradizione ininterrotta, ma al giudizio di uno dei più grandi critici del Novecento. Fu Roberto Longhi, nel lontano 1963, a pubblicare sulla rivista Paragone un articolo destinato a fare scuola, dal titolo Il vero "Maffeo Barberini" del Caravaggio. Longhi, analizzando l’opera che era riemersa a Roma senza una chiara documentazione, vi riconobbe la mano del maestro lombardo, individuando nel dipinto non solo un’opera autografa, ma una testimonianza capitale della sua attività di ritrattista, un genere, questo, particolarmente raro nel catalogo del Merisi. Lo studioso ipotizzò che il quadro, dopo essere rimasto per generazioni nelle raccolte della famiglia Barberini, fosse stato alienato probabilmente negli anni Trenta del Novecento, finendo in una collezione privata, dove è rimasto fino ad oggi.
La proposta attributiva di Longhi, va detto, fu accolta con favore da gran parte della critica successiva, da Federico Zeri a Mia Cinotti, i quali sottolinearono la straordinaria modernità dell’impostazione. La tela, di dimensioni considerevoli (circa 124 per 90 centimetri), mostra Maffeo Barberini seduto su una poltrona, colto in un momento di tensione dinamica: il braccio sinistro poggia sul bracciolo stringendo una lettera, mentre la destra si protende in avanti, oltre la cornice ideale del dipinto, quasi a voler stabilire un contatto diretto con lo spazio dell’osservatore. È un espediente, questo, che rompe la staticità tradizionale del genere ritrattistico e che, insieme al gioco violento del chiaroscuro, con una luce radente che esalta i volumi del volto e della veste talare verde, contribuisce a creare quell’effetto di naturale e potente presenza fisica che è il marchio di fabbrica del Merisi.
Un investimento per le collezioni pubbliche
L’acquisizione si inserisce in un più ampio disegno di rafforzamento del patrimonio culturale nazionale, un’intenzione più volte ribadita dal ministro Giuli, il quale ha parlato di un progetto volto a rendere accessibili a studiosi e appassionati quei capolavori della storia dell’arte che altrimenti sarebbero destinati a rimanere confinati nel mercato o in ambiti privati. La somma sborsata, certamente ingente, è stata giustificata dalla rarità dell’occasione: le opere di Caravaggio certe o quasi certamente attribuibili sono pochissime, non più di sessantacinque in tutto il mondo, e tra queste i ritratti veri e propri si contano sulle dita di una mano.
Il Ritratto di Monsignor Maffeo Barberini andrà dunque ad aggiungersi a questa ristrettissima cerchia e, una volta completati tutti gli adempimenti burocratici, entrerà stabilmente a far parte del percorso espositivo di Palazzo Barberini. Per il museo, diretto da Thomas Clement Salomon, che aveva già curato la mostra che lo ha svelato al pubblico, si tratta di un ritorno importante, che permetterà di ricomporre idealmente il legame tra l’opera e la famiglia che ne fu committente e proprietaria per secoli, restituendo alla collezione pubblica uno dei suoi tasselli mancanti.




