Lo Stato italiano acquista il ritratto di monsignor Maffeo Barberini di Caravaggio per trenta milioni di euro
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La firma dell’atto, avvenuta oggi presso la sede del Ministero della Cultura alla presenza del ministro Alessandro Giuli, del direttore generale Musei Massimo Osanna, del direttore delle Gallerie Nazionali di Arte Antica Thomas Clement Salomon e del notaio Luca Amato, ha suggellato un’operazione che, per la sua rilevanza economica e il valore intrinseco del bene, segna una tappa importante nella politica di accrescimento del patrimonio artistico nazionale. Con un esborso di trenta milioni di euro, una cifra che lo stesso dicastero definisce tra gli investimenti più significativi mai sostenuti per l’acquisto di un’opera d’arte, lo Stato si è aggiudicato il “Ritratto di monsignor Maffeo Barberini”, dipinto da Michelangelo Merisi intorno al 1598, quando l’artista lombardo, già attivo a Roma, iniziava a definire il suo rivoluzionario linguaggio pittorico.
La tela, che raffigura il potente prelato fiorentino all’età di circa trent’anni – quel Maffeo Barberini che nel 1623 salirà al soglio pontificio con il nome di Urbano VIII – era da decenni custodita in una collezione privata ed è stata a lungo oggetto di studi e di attribuzioni, confermate in modo autorevole dallo storico dell’arte Roberto Longhi nel lontano 1963. La sua eccezionalità, come sottolineato dagli esperti, risiede non solo nell’inconfondibile mano del Merisi, ma anche nell’estrema rarità della sua produzione ritrattistica: nel ristretto corpus di circa sessantacinque dipinti universalmente riconosciuti all’artista, i ritratti certi ammontano a non più di tre esemplari, il che rende la comparsa sul mercato di un simile capolavoro un evento quasi unico.
Al termine delle procedure amministrative, che ne sanciranno l’ingresso definitivo nel demanio statale, l’opera troverà la sua collocazione stabile a Roma, assegnata alle Gallerie Nazionali di Arte Antica e destinata ad arricchire il percorso espositivo di Palazzo Barberini. Non è un caso, questa destinazione: il dipinto, infatti, era già stato ammirato dal pubblico in occasione della grande mostra “Caravaggio 2025”, tenutasi proprio nello stesso palazzo tra il novembre del 2024 e i primi mesi del 2025, quando l’esposizione temporanea – resa possibile da un accordo con i proprietari – aveva attirato oltre quattrocentocinquantamila visitatori, offrendo alla critica internazionale l’opportunità di confermare all’unanimità l’autografia del maestro.
Il ritorno di un capolavoro nella dimora dei Barberini
L’acquisizione, frutto di una trattativa che si è protratta per oltre un anno, si inserisce in una strategia più ampia voluta dal Ministero, finalizzata a impedire che opere fondamentali per la storia dell’arte italiana vadano disperse sul mercato privato o all’estero. Lo stesso ministro Giuli ha voluto evidenziare come questo acquisto faccia idealmente il paio con quello, recentissimo, dell’“Ecce Homo” di Antonello da Messina, un altro pilastro della pittura italiana sottratto a un destino di collezione privata e restituito alla fruizione collettiva.
A Palazzo Barberini, il ritratto di monsignor Barberini troverà un dialogo naturale con altri capolavori del Merisi già presenti nelle collezioni, a partire dalla celeberrima “Giuditta che decapita Oloferne”, un acquisto statale che risale al 1971 e che rappresentò a sua volta un momento cruciale per la riscoperta moderna di Caravaggio. Questa prossimità fisica consentirà a studiosi e appassionati di confrontare due momenti distinti della produzione dell’artista, arricchendo la comprensione del suo percorso, e getterà nuova luce su un aspetto specifico della sua arte come la ritrattistica, capace di restituire l’intensità psicologica del soggetto con una potenza e una modernità che ancora oggi colpiscono.
Il dipinto, che ritrae il futuro papa Urbano VIII nella veste di chierico della Camera Apostolica, si distingue per la potenza innovativa con cui Caravaggio rompe gli schemi della ritrattistica ufficiale. Eliminando ogni elemento retorico e calando la figura in un fondo neutro da cui emerge grazie a un fascio di luce radente, l’artista concentra l’attenzione dello spettatore sull’espressione vigile e sulla mano protesa del prelato, quasi a volerne indagare la personalità e l’ambizione. Sarà proprio questo il tesoro che, a breve, andrà ad incrementare il patrimonio culturale della nazione, offrendo una testimonianza viva e tangibile di quel crocevia straordinario tra genio artistico e potere temporale che fu la Roma tra Cinquecento e Seicento.




