“Uno sbirro in Appennino” chiude stasera: l’ultima indagine di Bonassi tra delitti del passato e colpe mai sopite

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   È finita, almeno per questa stagione, la “punizione” del commissario Vasco Benassi, quel trasferimento coatto – suo malgrado tanto simile a un esilio dorato – che lo aveva rispedito tra i monti dell’immaginaria Muntagò. Stasera, giovedì 30 aprile, in prima serata su Rai 1 e in diretta streaming su RaiPlay, va in scena il gran finale della prima stagione di “Uno sbirro in Appennino”, la serie che ha trasformato i paesaggi aspri e silenziosi dell’Appennino bolognese in un vero e proprio personaggio narrativo, più che in un semplice sfondo pittoresco. A dar volto e sostanza a questo poliziotto malinconico e irriverente, lo abbiamo imparato in queste quattro settimane, è ancora una volta Claudio Bisio, il quale ha saputo vestire i panni di un uomo tormentato dagli errori del passato e dalla difficoltà, mai del tutto risolta, di costruire legami duraturi.

Gli ascolti della terza puntata, che hanno tenuto incollati al piccolo schermo oltre 3,1 milioni di spettatori (con uno share superiore al 20%), hanno dimostrato come il pubblico abbia gradito proprio questa commistione di generi: il giallo classico si intreccia qui con il dramma familiare e con una comicità garbata, senza mai scadere nella banalità. Non si tratta però solo di numeri. La vera molla che ha tenuto alta la tensione in questi episodi, lo svelano le ultime anticipazioni, è stata la lacerazione interna alla squadra: Amaranta, la giovane allieva ormai diventata una spina nel fianco (e nel cuore) di Benassi, ha formalmente chiesto il trasferimento a Napoli, stanca di essere protetta come una bambina invece di essere addestrata come una poliziotta. Quel rapporto, costruito tra diffidenze e reciproci salvataggi, arriva al bivio proprio nella serata conclusiva, un elemento che aggiunge una profondità psicologica rara per una fiction di prima serata.

Il bozzolo della “Madonnina cieca” e l’incidente sospetto

L’ultima puntata, che si articola nei due episodi intitolati “Lo scheletro in cravatta” e “I morti antichi”, parte da una premessa tipica del miglior noir classico: una rivelazione improvvisa e fragile. È Ester, un’anziana donna affetta da demenza senile, a rompere un silenzio lungo decenni ricordando, come in un lampo di lucidità, di aver assistito da bambina a un omicidio. Il cadavere, dice lei, è ancora lì, sepolto da decenni dietro la statua della cosiddetta “Madonnina Cieca”. Benassi, che in questo caso vede l’occasione perfetta per riavvicinare Amaranta, si getta a capofitto in un mistero che affonda le radici negli anni Sessanta.

La ricerca porta la squadra a scoprire il di un pugile, Achille Bussolotti, e a riaprire le tracce della scomparsa di una giovane donna, Dora Biagi, legati a doppio filo con le dinamiche di potere della potente famiglia locale, i Fabbro. Durante le indagini, però, la tensione si taglia con il coltello: Benassi e Amaranta restano vittime di un incidente stradale che sa molto di agguato. La puntata, in questo senso, usa il giallo procedurale per scavare nella psicologia del protagonista; mentre il commissario lotta tra la vita e la morte in ospedale, la sua squadra prosegue da sola, dimostrando che il gruppo costruito tra montagna e noia è molto più coeso di quanto Benassi stesso credesse.

Il peso di una colpa antica e la verità sulla sorella

La convalescenza forzata, che costringe Vasco a letto proprio nei momenti cruciali dell’inchiesta, diventa però il pretesto per la rivelazione più intima di questa prima stagione. Mentre nell’Appennino il passato criminale dei Fabbro viene alla luce (tra eredità contese e omicidi insabbiati), Benassi scopre che la poltrona dell’ospedale è il luogo ideale per fare i conti con il proprio fantasma. Non si tratta più solo di inseguire un killer, ma di capire perché lui, trent’anni prima, aveva abbandonato Muntagò.

L’indagine sull’incidente stradale subito dalla sua automobile mostra infatti un collegamento inaspettato con la morte della sorella di Benassi, un evento per il quale il commissario si è sempre ritenuto colpevole, un macigno che ha giustificato la sua fuga dalla provincia e la sua chiusura emotiva. Senza spoilerare l’identità del mandante, si scopre che la morte della ragazza non fu un tragico caso, ma un evento drammaticamente collegato ai loschi affari che la squadra sta cercando di risolvere nel presente. È la classica resa dei conti con gli scheletri nell’armadio, dove il caso di puntata diventa lo specchio delle ferite private del protagonista.

Il richiamo del questore e un futuro lontano da Muntagò?

Nonostante la prognosi riservata e le difficoltà fisiche, Benassi riesce a riprendersi giusto in tempo per partecipare allo smantellamento della cupola familiare dei Fabbro, stretti tra l’eredità di un pugile morto e la confessione finale di chi ha orchestrato tutto per denaro. E qui, a freddo, arriva la sorpresa che chiude il cerchio narrativo senza però sigillarlo del tutto. Durante i festeggiamenti per la chiusura delle indagini, arriva a Muntagò niente meno che il questore di Bologna.

L’occasione è ufficialmente formale: complimentarsi per il lavoro svolto. Ma nella sostanza, la visita si rivela un vero e proprio richiamo in servizio, una boccata d’aria metropolitana che tira Vasco Benassi lontano dall’abbraccio soffocante del suo paese natale. Questo ritorno alle origini, iniziato come una punizione, si trasforma così in una riabilitazione professionale. La domanda che aleggia tra gli appassionati (se ci sarà una seconda stagione) trova qui la sua linfa vitale: Benassi tornerà a Bologna? E Amaranta, ormai parte integrante della sua vita, lo seguirà o partirà comunque per Napoli? Per il momento, i titoli di coda calano su una prima stagione che ha saputo raccontare l’Italia minore, quella dei borghi e dei segreti di paese, con lo sguro lucido di un poliziotto che, forse, ha finalmente smesso di scappare da se stesso.

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