“Uno sbirro in Appennino”, il finale tra ghiacciai del passato e la chiamata della pianura

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un momento, nella penultima puntata della serie, in cui il commissario Vasco Benassi – reduce dallo scontro con quel giustiziere solitario soprannominato “l’Aragosta” – sembra sul punto di cedere del tutto, schiacciato dal peso di un caso che, più che una vittoria, gli ha lasciato addosso solo il sapore amaro della perdita. E proprio quando il rapporto con la giovane agente Amaranta, ormai divenuta per lui una sorta di figura filiale più che una semplice sottoposta, subisce una scossa tellurica per via della richiesta di trasferimento della ragazza, la sceneggiatura innesta la marcia per il gran finale del 30 aprile. La regia di Renato De Maria, in questi frangenti, non si limita a seguire i movimenti dei personaggi, ma li avvolge nella nebbia dell’Appennino emiliano, quel luogo fisico e mentale che diventa una gabbia dorata per un uomo che, come Benassi, ha cercato sempre di scappare dalle proprie radici.

Lo scheletro in cravatta: un cold case resuscita da una memoria malata

L’ultima serata, in onda giovedì 30 aprile, si apre con il settimo episodio dal titolo “Lo scheletro in cravatta”, e non è certo un caso che la scintilla dell’indagine scatti da un flashback. Siamo negli anni Sessanta, l’atmosfera è quella di un bianco enero sporco: tre uomini seppelliscono un cadavere in giacca e cravatta mentre una bambina, di nome Ester, assiste alla scena in silenzio, minacciata di morte se parlerà. Quel segreto marcisce sottoterra per decenni, fino a quando la Ester bambina diventa un’anziana donna affetta da demenza; è proprio il delirio della malattia, ironia della sorte, a liberare la verità. Lei indica un luogo, “dietro la Madonnina cieca”, e lì Benassi e Amaranta trovano i resti.

Quello che sembrava un diversivo per trattenere la sua agente a Muntagò – un ultimo caso da risolvere insieme – si trasforma invece in una discesa negli abissi della storia locale. L’identità del morto riporta alla scomparsa di Achille Bussolotti, un pugile, e di Dora Biagi, spariti nel nulla nel lontano 1966. La regia stringe sui volti di chi, nel presente, ha tutto l’interesse a che quelle tombe rimangano chiuse. E la prova di questa opposizione violenta arriva puntuale: Benassi e Amaranta sono vittime di un incidente stradale che sa molto di agguato, un messaggio chiaro per chi cerca di grattare via la crosta ipocrita del paese.

I morti antichi: il peso di una dinastia e la resa dei conti in ospedale

L’ottavo e ultimo episodio, “I morti antichi”, trova il commissario in ospedale, costretto a letto ma con la mente che corre più veloce che mai. In sua assenza, la squadra allarga il cerchio: non si tratta più di un singolo omicidio, ma di una catena di delitti che attraversa la storia della famiglia Fabbro, una dinastia locale legata a doppio filo con l’eredità contesa del territorio. Si scopre così che l’assassino, colui che ha cercato di eliminare Benassi, è Tito Fabbro; un nome che, per lo spettatore attento, fa tremare i polsi, perché è proprio a causa di un incidente causato da Tito – costato la vita alla sorella del commissario – che Vasco aveva lasciato Muntagò anni prima, travolto dal senso di colpa.

La sceneggiatura gioca qui la carta più alta: l’indagine di polizia coincide perfettamente con l’autopsia dell’anima del protagonista. Non c’è più distinzione tra il crimine da risolvere e il dolore privato da seppellire. Mentre Amaranta dimostra tutto il suo coraggio salvando Benassi da un tentativo di rapimento, la verità viene a galla: Tito Fabbro viene smascherato e la pace, seppur ferita, sembra ristabilirsi. Ma è una quiete apparente, perché l’epilogo riserva l’ultimo, amaro colpo di scena.

La chiamata del questore: l’orizzonte ritorna a farsi grande

Proprio durante i festeggiamenti per la chiusura delle indagini – un attimo di respiro dopo tanta tensione – Vasco Benassi incrocia lo sguardo del questore di Bologna, venuto appositamente a cercarlo in quel di Muntagò. La notizia è secca, professionale, quasi fredda: c’è un caso importante nella città metropolitana, un caso che nessuno sa risolvere se non lui. Il richiamo è forte, quasi magnetico, e rappresenta la classica “porta d’uscita” che il personaggio, fin dal primo episodio, credeva di desiderare.

E qui sta la sottile crudeltà del finale, che non concede facili sentimentalismi. Benassi ha appena riannodato i fili con la sua terra, ha fatto i conti con la morte della sorella e ha ritrovato (forse) un equilibrio umano, ma la macchina del dovere lo richiama al caos della pianura. Che ne sarà di Amaranta, rimasta in Appennino, e del legame paterno che si era creato? La serie lascia il punto interrogativo sospeso nell’aria, mentre la macchina da presa indugia per l’ultima volta sui crinali verdi dell’Emilia-Romagna, a ricordare che, per quanto lontano si vada, le montagne restano lì, immutabili testimoni di chi siamo stati.

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