“Uno sbirro in Appennino”, tra il finale di stagione e il rebus di una possibile seconda serie
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Si è chiusa ieri sera, con il doppio episodio trasmesso su Rai 1, la prima stagione di “Uno sbirro in Appennino”, quella fiction targata Picomedia e Rai Fiction che ha cercato di mescolare – con alterne fortune narrative – il genere poliziesco a una certa atmosfera da commedia familiare e, sullo sfondo, un fortissimo senso di radicamento territoriale. La regia affidata a Renato De Maria, su soggetto di Fabio Bonifacci, ha riportato Claudio Bisio nei panni del commissario Vasco Benassi; accanto a lui, nel paesino immaginario di Muntagò, un cast che include Valentina Lodovini, Chiara Celotto (l’agente Amaranta Palomba), Elisa Di Eusanio e Michele Savoia. L’operazione, vista la durata limitata di un mese, ha saputo ritagliarsi uno spazio solido nelle serate del giovedì, come dimostrano i dati Auditel relativi all’ultima puntata: ben 3.025.000 spettatori, pari a uno share del 18.9%, che hanno decretato il successo nella fascia della prima serata.
L’ultimo atto tra scheletri e segreti di paese
L’appuntamento conclusivo, andato in onda a partire dalle 21:30 del 30 aprile, è stato strutturato sugli episodi intitolati “Lo scheletro in cravatta” e “I morti antichi”, i quali hanno portato a compimento l’arco narrativo del commissario in esilio. Nella prima parte, la scintilla investigativa scatta da un ricordo frammentario di Ester, un’anziana donna affetta da demenza senile, la quale rivela l’esistenza di un cadavere sepolto decenni prima dietro la statua della “Madonnina cieca”; un caso, questo, che Benassi utilizza anche come pretesto per rallentare la partenza della giovane collega Amaranta, divisa tra il richiamo di Napoli e il legame con il suo mentore. La seconda parte, invece, approfondisce le conseguenze di un incidente che mette fuori gioco il protagonista, costringendo la sua squadra a indagare su una catena di omicidi antichi: spuntano i nomi di Dora Biagi e del pugile Achille Bussolotti, vittime di un passato oscuro legato alla potente famiglia Fabbro e a una complessa eredità contesa.
Il dilemma sulla prosecuzione della fiction
L’interrogativo che aleggia ora, a show concluso, riguarda naturalmente la possibilità di una seconda stagione. Non esistono al momento, va detto, comunicazioni ufficiali da parte della direzione Rai né della casa di produzione; ci si muove quindi nel campo delle valutazioni tecniche e commerciali, laddove gli ascolti costantemente sopra il 18% di share rappresentano certamente un argomento pesante da portare sul tavolo delle trattative. Se da un lato le reazioni entusiaste del pubblico social (con molti utenti che invocano un “seconda stagione obbligatoria”) spingono per il rinnovo, dall’altro bisognerà verificare la disponibilità del cast principale – Claudio Bisio in primis – e la volontà degli autori di dilatare ulteriormente la storia.
Un racconto costruito sull’ambiguità emotiva
Quello che ha tenuto incollati gli spettatori, al di là dei singoli colpi di scena, è stata la chimica particolare tra il commissario disilluso e la sua scudiera partenopea; un rapporto che ha oscillato volutamente tra la tutela paternalistica e un sottile feeling romantico, senza mai scegliere una direzione definitiva. La scrittura, in tal senso, ha preferito giocare sulle sovrapposizioni: Benassi cerca di fermare Amaranta non dichiarandole il bisogno che ha di lei, ma offrendole un caso più intrigante del solito, come se il lavoro potesse supplire alle mancanze di una vita affettiva che lui stesso considera fallimentare. È un espediente narrativo che rivela lo scheletro nell’armadio del personaggio (quello della colpa per la morte della sorella, solo accennato nella puntata finale), ma che rischia anche di lasciare molte sottotrame in sospeso, quasi in attesa di una futura risoluzione che al momento non ha certezze contrattuali.




