Uno sbirro in Appennino tra pubblico delle grandi occasioni e critica spietata: il giovedì sera di Rai 1 si conferma territorio minato
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Se il mezzo è sempre il messaggio – e finora nessuno ha davvero smentito questa massima – allora bisogna considerare con attenzione la potenza di fuoco di una messa in onda il giovedì su Rai 1. Perché lì, in quella fascia, c’è il pubblico abituato alle movenze rassicuranti di Don Matteo; un pubblico che, se si trova di fronte a un crime inedito (e per giunta non tratto da romanzi già collaudati), rischia lo straniamento. Ecco perché la nuova serie con Claudio Bisio, Uno sbirro in Appennino, è un prodotto da maneggiare con le pinze: apparentemente è un poliziesco, ma nella sostanza lo è solo per modo di dire. La messa in onda del 9 aprile ha restituito numeri da capogiro – una media di 4 milioni e 39mila telespettatori, pari al 23,7% di share secondo i dati Auditel diffusi dalla Rai -1-4 – eppure, proprio mentre la direttrice di Rai Fiction, Maria Pia Ammirati, esulta per il risultato (sottolineando il 23% tra le giovanissime, le donne 15-24 anni), dall’altra parte fioccano le critiche. La serie divide, esattamente come il suo protagonista Vasco Benassi, che nella trama riceve un bacio appassionato da Nicole Poli (Valentina Lodovini) e poi, con altrettanta enfasi, uno schiaffo sonoro.
Un commissario tra bar e web, il fascino (imperfetto) della provincia mitopoietica
La sceneggiatura, affidata a Fabio Bonifacci e diretta da Renato De Maria per la produzione Picomedia, costruisce la sua identità su una massima che punteggia le indagini del commissario: «In Appennino, tra bar e web, ne sa più il bar». Una frase che suona come un manifesto di questa operazione culturale, dove il paesaggio – l’immaginario paese di Muntagò, che diventa il simbolo dell’intero arco montuoso – non è solo sfondo, ma "luogo mitopoietico". L’Appennino, qui, vive di una bellezza intatta, di boschi e laghi (quelli del bolognese, come il Suviana o il Brasimone) dove il tempo sembra essersi fermato, offrendo una quiete quasi cinematografica. È un peccato, notano però i recensori, che la parte prettamente investigativa risulti spesso "pesante" e poco avvincente. Se la regia e la fotografia riescono a valorizzare i panorami, regalando alla serie un respiro quasi western (sottolineato anche dalle musiche country di Pivio e Aldo De Scalzi, gli stessi di Ispettore Coliandro), la scrittura mostrerebbe qualche crepa. I dialoghi non sempre sono brillanti e certe dinamiche tra i personaggi sembrano prive dei necessari nessi logici, lasciando lo spettatore con la sensazione che manchi qualche tassello.
Bisio, tra lo schiaffo del personaggio e quello della critica specializzata
Claudio Bisio, nei panni di Vasco Benassi, si muove su un crinale sottile. Lui, il "miglior sbirro" di Bologna, si ritrova in un commissariato di paese dopo un errore professionale; un esilio punitivo che diventa però un’occasione per riannodare i fili con la cugina Gaetana (Elisa D’Eusanio) e con Nicole, la sindaca di Bologna mai dimenticata. Accanto a lui, un manipolo di comprimari che includono la giovane e ambiziosa Amaranta (Chiara Celotto) e il fedele Fosco (Michele Savoia). Ma se il pubblico di massa abbraccia la serie, la critica specializzata storce il naso. Da un lato, si riconosce l’identità attoriale di Bisio, che cerca di "ridefinire in chiave pop una figura atipica di poliziotto" -8; dall’altro, gli si contesta una certa inadeguatezza al ruolo del seduttore e del duro, un contrasto stridente con la sua trentennale carriera da comico tenero e sfigato. Le battute, a tratti, risultano persino imbarazzanti e la leggerezza voluta stride con la lentezza delle indagini. Insomma, se la fiction è riuscita nell’intento di intercettare un pubblico ampio e persino i giovanissimi, appare meno riuscita la quadratura del cerchio tra intrattenimento pop e coerenza narrativa. L’impressione, al termine dei primi episodi, è che l’operazione abbia scelto la strada della sicurezza degli ascolti, sacrificando forse quel mordente che ci si aspetterebbe da un vero crime d’autore.




