“Uno sbirro in Appennino”, il crime di Rai 1 che non osa chiamarsi crime
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un’arte, quasi perduta, nel maneggiare i generi televisivi quando si ha il privilegio – o la condanna – di occupare il giovedì sera di Rai 1. Perché il mezzo, si sa, non è mai neutrale; e la rete ammiraglia, in quella fascia, porta con sé un’eredità ingombrante fatta di parrocchie immaginarie, sorrisi rassicuranti e delitti che sembrano più un’inezia che un autentico movente. In questo quadro, l’arrivo di “Uno sbirro in Appennino” (quattro prime serate, produzione Picomedia, sceneggiatura di Fabio Bonifacci e regia di Renato De Maria) rappresenta un azzardo calcolato: un crime inedito, non tratto da romanzi, che prova a insediarsi nel cuore della fiction popolare senza però tradirne le attese.
Un commissario da bar, tra tormenti e banalità
Claudio Bisio, nei panni del commissario Vasco Benassi, funziona eccome: la sua faccia è quella giusta per un investigatore che pare uscito da un racconto di provincia, più incline alle battute che ai soliloqui esistenziali. Ma è proprio attorno a lui che si costruisce l’ambiguità del prodotto. Da un lato, la serie tenta di addentrarsi in un «luogo mitopoietico» – l’immaginario paese di Muntagò, che finisce per rappresentare l’intero Appennino – dove il paesaggio fa da specchio ai tormenti dell’anima. Dall’altro, la scrittura sceglie costantemente la via della rassicurazione: «In Appennino, tra bar e web, ne sa più il bar», recita una delle massime che punteggiano le indagini di Benassi. Una frase che è già un programma, e forse anche un limite.
Il rischio del turismo seriale e la geografia sentimentale
Perché “Uno sbirro in Appennino” rischia di diventare un crime per modo di dire: c’è il delitto, certo, e c’è l’indagine, ma la narrazione sembra spesso più interessata a far da guida turistica che da giallo. I luoghi, quelli veri della montagna bolognese, vengono mostrati con cura quasi didascalica; e lo stesso Bisio, nei panni dello sbirro, si muove con la leggerezza di chi sa di non dover davvero turbare lo spettatore. Eppure, i numeri danno torto a qualsiasi sofisma critico. La prima puntata ha superato i 4 milioni di spettatori, sfiorando il 24% di share: un dato che ha lasciato sul posto i programmi delle reti concorrenti. La direttrice di Rai Fiction, Maria Pia Ammirati, ha parlato di «capacità di generare ascolti importanti con storie radicate nel territorio».
Un pubblico trasversale che non chiede verità ma appartenenza
A colpire, tra i dati Auditel, non è solo la media generale (4 milioni di telespettatori, 23,7% di share) ma il dettaglio del target femminile 15-24 anni, che tocca il 23%: un risultato che dimostra come la serie abbia intercettato un pubblico giovane lontano dagli stereotipi del telespettatore di fiction tradizionale. Non è poco, per una produzione che sceglie consapevolmente di non essere né “Mare fuori” né “Suburra”. Qui non c’è violenza esplicita, non ci sono colpi di scena ad effetto; c’è piuttosto una geografia sentimentale dell’Appennino, fatta di bar, piazze e occhiate complice. In fondo, il vero mistero che “Uno sbirro in Appennino” prova a sciogliere non è tanto chi ha ucciso, ma come si possa ancora raccontare un crime senza tradire l’abitudine – e l’affetto – di chi accende la televisione il giovedì sera.




