Uno sbirro in Appennino, l’identità dell’Aragosta sconvolge Benassi: il finale si avvicina

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un momento, nel percorso di ogni investigatore che si rispetti, in cui la verità processuale non coincide con quella umana, e tocca al poliziotto fare i conti con un abisso che i manuali di procedura non contemplano. È esattamente ciò che accade a Vasco Benassi, il commissario interpretato da Claudio Bisio, nella terza puntata di “Uno sbirro in Appennino” – andata in onda ieri, 23 aprile, su Rai 1 e disponibile in streaming su RaiPlay – dove la caccia al serial killer noto come “L’Aragosta” si trasforma in un doloroso esame di coscienza. Il personaggio, un professionista dal fiuto infallibile ma segnato da un trasferimento punitivo che lo ha riportato a Muntagò, la sua comunità d’origine nell’Appennino bolognese, scopre che a volte il mostro da catturare indossa il volto di un amico.

La serie, creata da Fabio Bonifacci e diretta da Renato De Maria, nelle puntate intitolate “Il killer dei ladri” e “La resa dei conti” ha portato a compimento il primo grande arco narrativo di questa stagione. Da un lato, c’era la tensione dell’indagine pura: un giustiziere solitario che colpiva una lista di predoni soprannominati “I Magici 10”, lasciando messaggi inequivocabili sulle salme. Benassi, affiancato dalla giovane e ambiziosa agente Amaranta (Chiara Celotto), che nel frattempo cerca di dimostrare il suo valore infiltrandosi in ambienti a rischio, segue le tracce del DNA fino a un nome. Tuttavia, lo snodo cruciale – quello che cambia per sempre il commissario – non è l’arresto, ma l’identificazione. L’Aragosta è infatti Musiani, un veterano delle forze dell’ordine, un uomo che condivide con Benassi non solo la divisa ma anche una certa visione del mondo, ora corrosa dalla frustrazione per un sistema giudiziario ritenuto inefficace.

La resa dei conti e il suicidio del killer

Nel clou dell’episodio, il confronto tra i due non avviene in un’aula di tribunale, bensì in uno spazio chiuso e carico di tensione psicologica. Musiani, ormai smascherato, non intende consegnarsi; al posto della resa, sceglie il suicidio sotto gli occhi di Benassi, che assiste impotente alla morte di un collega trasformato in assassino. È un colpo basso per il commissario, che vede crollare l’ennesima certezza. A questo shock professionale si aggiunge poi una ferita privata destinata a lasciare il segno: la reazione di Amaranta. La giovane agente, scossa profondamente dall’accaduto e probabilmente messa alla prova dalle difficoltà operative vissute durante l’infiltrazione, decide di chiedere il trasferimento a Napoli.

Per Benassi, che negli episodi precedenti aveva iniziato a vedere in quella ragazza una sorta di figlia adottiva – un legame forse sostitutivo rispetto alla sorella che perse in passato – la notizia rappresenta l’ennesima perdita. La loro dinamica, caratterizzata da un mix di protezione paternalistica e ammirazione reciproca, rischia quindi di interrompersi proprio nel momento in cui l’uno ha più bisogno dell’altra per non affondare. Le voci di paese che li davano per amanti lasciano spazio a una verità più complessa e tragica: quella di un uomo che si aggrappa disperatamente ai legami affettivi mentre questi gli scivolano via uno dopo l’altro.

Verso il gran finale del 30 aprile

Con il caso dell’Aragosta ufficialmente chiuso, ma con i suoi strascichi emotivi ancora aperti, la narrazione si proietta ora verso l’ultimo appuntamento, in programma giovedì 30 aprile sempre in prima serata su Rai 1. Le anticipazioni rivelano che il gran finale, composto dagli episodi “Lo scheletro in cravatta” e “I morti antichi”, non concederà tregua al protagonista. La trama si sposta su un fronte più archeologico e ancora più personale, aprendo un cold case che affonda le radici negli anni Sessanta. Un flashback iniziale mostra tre uomini intenti a seppellire un cadavere in giacca e cravatta mentre una bambina di nome Ester osserva, minacciata di morte per imporle il silenzio.

Nel presente, quell’anziana Ester, ormai affetta da demenza, rivela finalmente l’esistenza del sepolto dietro a un luogo simbolico indicato come “la Madonnina cieca”. Benassi, forse nel tentativo disperato di trovare un caso che convinca Amaranta a restare, si immerge nell’indagine insieme a lei. La scoperta – che porterà a ritrovare i resti di un pugile scomparso nel 1966 e a riaprire vecchi segreti legati a famiglie influenti del luogo – scatena una reazione violenta: i due poliziotti finiscono vittime di un agguato stradale, gettando un’ombra sinistra sulla volontà di qualcuno di insabbiare il passato.

Un finale tra ospedale e verità sepolte

Ne “I morti antichi”, l’episodio conclusivo, Benassi si risveglia in ospedale, provato ma vivo, mentre la sua squadra allarga il cerchio delle indagini fino a includere una serie di omicidi irrisolti accumulatisi negli anni. Il fulcro della vicenda si rivela essere una lotta per un’eredità contesa, dove la famiglia Fabbro gioca un ruolo centrale. Quando tenta di uscire dall'ospedale, il commissario subisce un tentativo di rapimento insieme a un esponente della famiglia, sventato solo dall’intervento tempestivo di Amaranta.

È in questo frangente che il caso si intreccia definitivamente con la backstory di Benassi: il colpevole dell’incidente che anni prima causò la morte della sorella del commissario – l’evento traumatico che lo aveva spinto a fuggire da Muntagò – viene infine svelato. Tra le macerie delle rivelazioni, emerge però una nota positiva di continuità: il questore di Bologna si presenta di persona per offrire a Benassi un caso importante nella città metropolitana, lasciando intendere che il trasferimento punitivo potrebbe essere giunto al termine. Se l’uomo approfitterà di questa occasione per ricominciare o se resterà legato alle nuove radici appena riscoperte, sarà il verdetto dell’ultima scena.

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