“Uno sbirro in Appennino” e il peso delle radici: il finale del 30 aprile tra ossa sepolte e scelte definitive
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Non è solo un poliziesco, anche se la cornice – quella del ritorno a casa per fare i conti con gli errori del passato – è un classico del genere. “Uno sbirro in Appennino”, la serie targata Rai con protagonista Claudio Bisio, tradisce sin dai primi episodi un’ambizione narrativa più complessa: utilizzare l’indagine, e non limitarsi a raccontarla, come un bisturi per sezionare un territorio e, soprattutto, un uomo. Il commissario Vasco Benassi, che la regia di Renato De Maria ci restituisce senza alcuna indulgenza celebrativa, non è l’eroe solitario che risolve tutto a suon di fiuto. È, piuttosto, un professionista sospeso tra l’istinto e la tragica consapevolezza dei propri limiti, un uomo “spezzo” (come lo definisce efficacemente la sceneggiatura di Fabio Bonifacci) costretto a tornare a Muntagò, una realtà fittizia ma geograficamente radicata nell’anima dell’Appennino.
Giunti alla soglia dell’atto conclusivo, previsto per il 30 aprile su Rai1 e in simultanea su RaiPlay, il racconto abbandona definitivamente gli equilibri della prima parte per addentrarsi in un dedalo psicologico. La terza puntata, andata in onda il 23 aprile, ha rappresentato un vero e proprio spartiacque drammaturgico: l’incubo del “killer dei ladri” (soprannominato l’Aragosta) si è chiuso con il suicidio dell’ex poliziotto Sergio Musiani, un evento che lascia Benassi in uno stato di shock che sfiora la paralisi emotiva. Tutto, a questo punto, è in evoluzione; persino il rapporto quasi paterno che l’ispettore ha costruito con la giovane agente Amaranta, interpretata da Chiara Celotto, subisce un contraccolpo violento quando lei, forse stanca della durezza del commissario o forse semplicemente in cerca di una propria strada, chiede il trasferimento a Napoli.
Il caso delle ossa e i fantasmi degli anni ‘60
Ma il finale, quello vero, si prepara a scavare molto più a fondo. L’ultima serata, che comprenderà gli episodi intitolati “Lo scheletro in cravatta” e “I morti antichi”, sposta l’asse narrativo dal presente al fardello della storia locale. Attraverso un lungo flashback che ci riporta agli anni Sessanta – un espediente che De Maria usa per sottolineare la ciclicità della violenza – assistiamo alla sepoltura di un uomo in giacca e cravatta, un delitto assistito impotente da una bambina di nome Ester, poi divenuta un’anziana donna segnata dalla demenza. È la memoria malata di lei, però, a fornire a Benassi l’innesco per l’ultima indagine: la ricerca del cadavere sepolto dietro un luogo simbolico indicato come la “Madonnina cieca”.
La scoperta dei resti umani riapre voragini insabbiate da decenni, collegandosi direttamente alla scomparsa, avvenuta nel lontano 1966, di Achille Bussolotti, un pugile, e di Dora Biagi. Nei panni di Benassi, Bisio smette i panni del semplice risolutore di enigmi per indossare quelli dello storico involontario, ma la sua ingenuità investigativa lo metterà subito in pericolo: lui e Amaranta finiscono vittime di un incidente stradale che sa molto di messaggio intimidatorio. È un territorio, quello appenninico, che nella serie non perdona chi scava dove non dovrebbe, soprattutto se a dettare le regole sono dinastie locali scomode come quella dei Fabbro.
Tito Fabbro e l’incidente rimosso
Risvegliatosi in ospedale, il commissario si trova a gestire una matassa che si allarga a dismisura: gli omicidi che si susseguono non sono più solo legati al caso specifico, ma a un’eredità contesa e a un sistema di potere familiare che ha governato il paese nell’ombra per mezzo secolo. È qui che avviene il cortocircuito più efficace della scrittura, quello che spiega finalmente la psicologia del protagonista. Perché Benassi era scappato da Muntagò? La risposta non sta in un semplice trasferimento punitivo per un errore in servizio, ma in una tragedia personale: un incidente stradale di cui si è sempre sentito colpevole (legato a doppio filo alla morte di una donna) e che ora, con le indagini sui Fabbro, riemerge con una verità agghiacciante.
La confessione finale non arriverà da un killer professionista, ma dalla rivelazione sconvolgente di un padre, Sebastiano Fabbro, che indica il vero assassino – e l’artefice di quell’incidente d’auto dimenticato – in suo figlio, Tito. Un colpo di scena che ribalta completamente la percezione di giustizia e colpa, privando Benassi della facile catarsi del “caso risolto”. La riconciliazione con il luogo d’origine, insomma, per Vasco Benassi non sarà dolce né idilliaca, ma passerà attraverso la consapevolezza violenta che alcuni mostri non vengono da fuori, ma nascono dentro le mura domestiche della comunità che si credeva di conoscere.
Addio Appennino? L’ombra del rientro a Bologna
Mentre le indagini si chiudono e Muntagò (forse) tenta di festeggiare la fine dell’incubo, il sipario si chiude su un’ultima, sottile lama di ghiaccio narrativa. Il questore di Bologna, comparendo ai festeggiamenti come un deus ex machina burocratico, non porta rassicurazioni ma un ordine: Benassi è richiamato in città. C’è un caso importante, unico nel suo genere, che solo lui può risolvere. La domanda che aleggia sulla fine di questa prima stagione, quindi, è se “Uno sbirro in Appennino” sia davvero una storia di radici ritrovate o, piuttosto, un lungo esilio interiore che ha insegnato al protagonista che a casa non si torna mai veramente, né tantomeno si resta. La risposta, per Benassi e per l’agente Amaranta (che forse lo seguirà, forse no), è affidata all’incertezza del finale di giovedì 30 aprile.




