Il libro bianco di Teheran: l'Iran smentisce gli Usa e rivendica la sua versione dell'accordo
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Redazione Esteri
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A poche ore dalla conclusione dei primi negoziati formali tra Stati Uniti e Iran, tenutisi in Svizzera sul Lago di Lucerna, Teheran ha rotto il fronte dell'unanimità diplomatica per correggere pubblicamente – e con precisione chirurgica – la narrazione americana dell'intesa raggiunta.
Mentre Washington rilasciava dichiarazioni improntate a un cauto ottimismo, la leadership iraniana ha invece diffuso la propria versione del memorandum, tracciando linee rosse precise su punti nevralgici come le ispezioni ai siti nucleari, la gestione dei fondi congelati all'estero e, non ultimo, il futuro dello Stretto di Hormuz e il conflitto in Libano, in un'operazione volta a mantenere in vita il fragile processo diplomatico senza però cedere terreno sui principi considerati irrinunciabili.
L'elemento di maggiore frizione, emerso con nettezza nelle scorse ore, riguarda le modalità e la portata delle verifiche sul programma atomico iraniano. Fonti vicine alla delegazione statunitense avevano lasciato intendere che fosse stato raggiunto un accordo quadro per intensificare le ispezioni dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA), un punto qualificante per l'amministrazione Trump come contropartita per l'allentamento delle sanzioni.
Ma Teheran ha smentito con fermezza questa ricostruzione, sostenendo che il consenso concesso all'AIEA sia molto più limitato e circoscritto di quanto ventilato da Washington, una mossa che rivela la profonda sfiducia reciproca ancora presente e la volontà di non apparire deboli di fronte all'opinione pubblica interna e agli alleati regionali.
Sul fronte economico, il primo frutto concreto dei colloqui sembra essere la sospensione, per una finestra temporale di sessanta giorni, delle sanzioni statunitensi sul petrolio iraniano.
Il Tesoro americano avrebbe autorizzato fino al 21 agosto la vendita di greggio e prodotti derivati persiani, una boccata d'ossigeno per l'economia di Teheran che in cambio si sarebbe impegnata – almeno stando alla versione ufficiale statunitense – a concedere maggiore trasparenza sul proprio programma nucleare e a garantire la libertà di passaggio nello Stretto di Hormuz, un'arteria strategica per il commercio globale del petrolio.
Resta tuttavia aperta e ancora tutta da definire la partita più delicata, quella legata ai fondi della Repubblica Islamica congelati all'estero, stimati in oltre cento miliardi di dollari, il cui sblocco rappresenta un obiettivo prioritario per la leadership iraniana e una delle principali leve di pressione nelle mani degli Stati Uniti.
A gettare un'ombra di scetticismo sulla portata dell'intesa provvisoria è stato Ernest Moniz, ex segretario per l'Energia dell'amministrazione Obama e principale negoziatore degli aspetti tecnici del Jcpoa, il celebre accordo sul nucleare del 2015. Moniz ha sottolineato come quel patto storico prevedesse verifiche dure, puntuali e capillari, mentre il memorandum attuale, nelle sue parole, resta "molto vago" su molti degli aspetti più controversi, un'analisi che suggerisce come la strada verso un accordo permanente e veramente efficace sia ancora lunga e irta di ostacoli.




