Araghchi a Ginevra, tra colloqui tecnici con la Aiea e la vigilia del negoziato con gli Usa
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Redazione Esteri
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Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, è atterrato a Ginevra dove, nel corso della giornata odierna, incontrerà il direttore generale dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (Aiea), Rafael Mariano Grossi, per quella che lo stesso capo della diplomazia di Teheran ha definito, in un post sul suo profilo X, una «discussione approfondita» che vedrà la partecipazione di esperti nucleari -1-6. L'incontro, che si preannuncia cruciale per fare chiarezza sugli aspetti tecnici del programma atomico iraniano, si tiene alla vigilia del secondo round di negoziati indiretti con gli Stati Uniti, previsto per domani sempre nella città svizzera. Araghchi, prima di concentrarsi sul dossier nucleare con il numero uno dell'Aiea, avrà modo di confrontarsi anche con il ministro degli Esteri dell'Oman, Badr al-Busaidi, il cui ruolo di mediatore si è rivelato ancora una volta centrale per facilitare il dialogo tra Washington e Teheran; sono stati proprio gli omaniti, lo scorso 6 febbraio a Mascate, a ospitare il primo faccia a faccia tra le due delegazioni, gettando le basi per l'incontro odierno -1-10.
Una vigilia densa di movimenti militari e dichiarazioni
Mentre la diplomazia si mette in moto, il quadro strategico nella regione si fa sempre più teso. Gli Stati Uniti hanno infatti avviato un significativo dispiegamento di forze, con diciotto cacciabombardieri F-35A Lightning II del 495th Fighter Squadron decollati ieri pomeriggio dalla base britannica di Mildenhall e diretti verso il Medio Oriente, supportati da aerei cisterna per il rifornimento in volo -2-7. Si tratta di un'operazione chiaramente unilaterale, di carattere strettamente americano e non inquadrata in una missione Nato, che segue il recente posizionamento di ulteriori forze navali nell'area, inclusa la presenza della portaerei "Abraham Lincoln" al largo delle coste dell'Oman -2. Da parte sua, l'Iran ha risposto con un'esercitazione militare della Marina dei Guardiani della Rivoluzione nello Stretto di Hormuz, battezzata "Controllo intelligente dello Stretto di Hormuz", volta a testare la prontezza operativa e le capacità di reazione delle proprie forze -2-3.
Sul fronte politico, le voci che si rincorrono non sono certo accomodanti. Il presidente americano Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, ha ribadito concetti già espressi in passato, arrivando a definire un «cambio di regime a Teheran» come «la cosa migliore che possa succedere» -4. Dichiarazioni che trovano un eco in quelle di Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo scià in esilio, il quale, intervenuto a Monaco di Baviera a margine della Conferenza sulla Sicurezza, ha rivendicato un ruolo di guida per una «transizione» dell'Iran verso un «futuro democratico e laico» da realizzare «attraverso le urne» -4. Parole, le sue, pronunciate davanti a una platea di sostenitori e che riecheggiano la volontà di spingere per un cambiamento radicale degli assetti interni della Repubblica Islamica.
Le posizioni di Rubio e la complessità del negoziato
A gettare ulteriore luce sulla complessità del tavolo negoziale ci hanno pensato le dichiarazioni del segretario di Stato americano, Marco Rubio. Intervenuto a Budapest dopo un incontro con il premier ungherese Viktor Orbán, Rubio ha parlato senza mezzi termini delle difficoltà intrinseche nel raggiungere un'intesa con Teheran. «Il Paese è governato dagli sciiti, che prendono decisioni politiche basandosi esclusivamente sulla teologia», ha spiegato il capo della diplomazia statunitense, sottolineando quanto questo approccio renda oggettivamente complesso arrivare a un accordo, pur aggiungendo che «ci proveremo» -3-8. Le parole di Rubio fotografano la distanza che separa le due parti, una distanza che non si misura solo in miglia ma in profonde differenze di vedute sul ruolo del nucleare, con Teheran che rivendica il diritto all'arricchimento dell'uranio e Washington che spinge per limitazioni stringenti e verificabili.




