Il ministro Araghchi a Ginevra: “Sottomissione alle minacce non è sul tavolo”. Teheran apre agli ispettori Aiea ma chiude ai missili

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, è atterrato nel pomeriggio a Ginevra, dove domani, martedì, si terrà la seconda tornata di negoziati indiretti con gli Stati Uniti, un appuntamento cruciale mediato dal sultanato dell’Oman e arrivato dopo una prima intesa interlocutoria raggiunta a inizio mese a Mascate -1-8. Poche ore dopo il suo arrivo nella città svizzera, lo stesso capo della diplomazia di Teheran ha affidato a un messaggio sulla piattaforma X – ex Twitter – e a comunicati ufficiali del suo dicastero una dichiarazione volta a chiarire lo spirito con cui la Repubblica islamica si accosta al confronto: “La resa alle minacce non è un’opzione sul tavolo”, ha scritto Araghchi, precisando di aver portato con sé “idee pratiche e realistiche” finalizzate al raggiungimento di “un accordo equo, giusto e bilanciato” -8. Parole, queste, che suonano come una risposta implicita ma inequivocabile alle pressioni esercitate dall’amministrazione Trump, la quale – come emerso nelle ultime ore – ha ordinato il dispiegamento di una seconda portaerei nel Golfo, la USS Gerald R. Ford, che andrà ad affiancare la USS Abraham Lincoln e tre cacciatorpediniere già presenti nell’area, in quella che appare una chiara dimostrazione di forza a sostegno del negoziato -1-6.

Il negoziato a due livelli tra tecnici e diplomatici, con Grossi al centro

Prima dell’inizio vero e proprio dei colloqui con la delegazione americana, guidata dall’inviato speciale Steve Witkoff e dal genero del presidente Jared Kushner, Araghchi ha in agenda una serie di incontri propedeutici che delineano la complessità del dossier -2-8. Oggi pomeriggio, infatti, il ministro incontrerà insieme a una squadra di esperti nucleari il direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea), Rafael Grossi, per quella che è stata definita una “discussione tecnica approfondita” -2-10. A seguire, è previsto un colloquio con l’omologo omanita Badr al-Busaidi, il cui ruolo di mediatore si conferma ancora una volta centrale per garantire il canale di comunicazione tra le due delegazioni che, per scelta, non siedono nella stessa stanza ma si affidano al “passaparola” diplomatico del sultanato -8-10.

Larijani apre ai siti sotterranei: “Ispezioni quotidiane per dimostrare che non cerchiamo armi”

Sul fronte della sostanza, a pochi giorni dall’avvio del round ginevrino, da Teheran è arrivato un segnale di apertura destinato a cambiare le carte in tavola sul piano della verifica internazionale. Il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniana, Ali Larijani, ha annunciato che “per dimostrare che l’Iran non è alla ricerca di armi nucleari, permetteremo agli ispettori dell’Aiea di ispezionare i nostri siti nucleari, anche quelli situati nel sottosuolo e sulle montagne” -2-7. Un passo avanti di rilievo, questo, perché riguarda installazioni finora considerate off-limits e che potrebbero essere sottoposte a verifiche con una frequenza serrata: “Le ispezioni – ha aggiunto Larijani – possono essere condotte mensilmente o addirittura quotidianamente, in modo che gli ispettori possano identificare qualsiasi attività sospetta” -7. Tuttavia, la stessa fonte ha ribadito con altrettanta chiarezza che esiste un perimetro invalicabile, rappresentato dal programma missilistico, definito “questione di sicurezza nazionale” e quindi non negoziabile -2.

Il vice Ghanbari delinea la cornice economica: “Vantaggi per entrambi, dagli idrocarburi all’aviazione”

A completare il quadro della posizione iraniana, pronta ad aprire varchi sul nucleare civile ma determinata a blindare il capitolo difensivo, ci hanno pensato le dichiarazioni del vice di Araghchi per la diplomazia economica, Hamid Ghanbari. Secondo quanto riportato ieri, domenica, da fonti ufficiali, Ghanbari ha illustrato la visione di Teheran per un’intesa che non sia solo politica ma anche economica e duratura: “È necessario che gli Stati Uniti traggano anche vantaggi economici con un potenziale di ritorno forte e rapido, in settori come l’energia, il petrolio e il gas, le miniere, l’aviazione e lo sviluppo urbano” -1-4. Una prospettiva, questa, che sembra evocare la possibilità di contratti e investimenti per le imprese americane in caso di distensione. In cambio, ha aggiunto il diplomatico, “l’Iran chiede la restituzione effettiva dei suoi beni confiscati all’estero”, rimettendo al centro del negoziato la questione dei fondi congelati, risorsa che Teheran considera vitale per la propria economia -1.

Lo scenario di pressione militare e la “fase due” paventata da Trump

Il clima in cui matura questo rilancio diplomatico resta, nondimeno, segnato da una tensione crescente, alimentata dalle dichiarazioni e dalle mosse del presidente americano Donald Trump. Dopo il ritiro unilaterale del 2018 dall’accordo sul nucleare noto come JCPOA, e la successiva politica di “massima pressione”, la nuova amministrazione sembra oscillare tra la ricerca di un’intesa e la minaglia dell’opzione militare -1. Lo stesso Trump, parlando alla stampa nei giorni scorsi, ha evocato scenari alternativi: “Se non riusciamo a raggiungere un accordo, dovremo passare alla fase due. E la fase due sarà molto dura per loro” -1-6. Una minaccia resa più concreta dal dispiegamento navale senza precedenti e dalla conferma, giunta anche dal segretario di Stato Marco Rubio, che la Casa Bianca preferirebbe una soluzione pattizia, pur nella consapevolezza che “nessuno ha mai concluso un accordo di successo con l’Iran” -1.

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