Borsa, avvio frazionale per Piazza Affari: lo stallo su Hormuz tiene in scacco il petrolio
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Redazione Economia
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MILANO – La prima seduta settimanale di Piazza Affari, complice un contesto macroeconomico ancora avvolto nell’incertezza, ha preso il via con cautela, registrando rialzi frazionali che, sebbene modesti, hanno permesso ai principali indici di mantenersi in territorio positivo. Alle 9.17, il Ftse Mib (l’indice di punta della Borsa italiana) guadagnava lo 0,22%, salendo fino a 47.762 punti, mentre il Ftse Italia All Share, più ampio, mostrava un progresso dello 0,25%. Non sono mancati segnali positivi, seppur contenuti, anche per il segmento delle Mid Cap (+0,19%) e per le Star (+0,13%), a testimonianza di una liquidità che, sebbene presente, si è mossa con estrema prudenza tra i vari comparti.
L’effetto Moody’s su Leonardo e la frenata di Nexi
Guardando ai singoli titoli, già dalle prime battute si è delineato un quadro marcatamente contrastato. Leonardo, il colosso della difesa, ha subito messo a segno un deciso balzo in avanti, spinto verso l’alto dalla promozione ricevuta dall’agenzia di rating Moody’s: un miglioramento del giudizio che, come spesso accade in questi casi, ha agito da potente catalizzatore per gli acquisti, portando il titolo a guadagnare oltre un punto e mezzo percentuale. In controtendenza, invece, si è mossa Nexi, scivolata pesantemente con una flessione del 2,8%, un movimento che evidenzia la volatilità tipica dei titoli tecnologici e dei servizi di pagamento in assenza di specifiche direttrici di mercato. Bene anche Avio (+1,1%) e Stm (+0,9%), che hanno contribuito a bilanciare la perdita di slancio del settore finanziario.
La proposta di Teheran e il nodo Stretto di Hormuz
Ciò che tuttavia ha realmente catalizzato l’attenzione degli investitori, al di là dei tecnicismi di bilancio, è stato il quadro geopolitico. L’Europa, in apertura, si presentava piatta, con i future sull’Euro Stoxx 50 che ruotavano intorno alla parità, in attesa di sviluppi concreti. Il presidente americano, Donald Trump, ha infatti fermato il viaggio dei suoi inviati a Islamabad – Steve Witkoff e Jared Kushner – che avrebbe dovuto rappresentare un momento cruciale per i colloqui di pace con l’Iran. Secondo quanto riportato da Axios, citando fonti informate, Teheran ha risposto con una proposta nuova, che lega la ripresa dei traffici nello Stretto di Hormuz (un passaggio obbligato per il 20% del greggio mondiale) alla rimozione del blocco navale statunitense, chiedendo di posticipare le trattative sul nucleare a data da destinarsi. Una mossa, questa, che aggira le divisioni interne alla leadership iraniana riguardo alle concessioni sull’uranio, trasformando la crisi umanitaria dei 2.400 marittimi bloccati sulle petroliere in una leva diplomatica di prim’ordine.
Il rincaro dell’oro nero frena l’entusiasmo
Sul fronte energetico, le ripercussioni di questo stallo non si sono fatte attendere. Il prezzo del greggio, in reazione all’impasse delle trattative, ha subito un’impennata: il Brent è salito di oltre due dollari, assestandosi ai massimi delle ultime tre settimane sopra i 107 dollari al barile, con un incremento che sfiora il 2,3%. Per le aziende del comparto oil & services, come Eni e Saipem, si tratta di una lama a doppio taglio: se da un lato l’aumento delle materie prime gonfia i ricavi prospettici, dall’altro rischia di soffocare la ripresa economica, frenando quella voglia di rischio che negli ultimi giorni aveva sostenuto i listini. La seduta di oggi, insomma, resta saldamente in mano ai diplomatici e ai ministri del petrolio, ben più che ai banchieri centrali.




