Hormuz, l'incubo delle mine e il patto greco che difende il petrolio saudita

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il sangue del «satana» americano scorrerà a fiumi, tingendo di rosso le acque del Golfo e i suoi fondali: è questa, in estrema sintesi, la promessa di vendetta che riecheggia da Teheran con il tenore di una fatwa nei confronti di Donald Trump, in risposta alle minacce di una nuova devastante offensiva statunitense contro l'Iran.

Il presidente americano, che ha annunciato attacchi di portata superiore a quelli già messi in atto durante l'operazione "Furia Epica", sembra ora intenzionato a spostare il baricentro del conflitto verso una fase più insidiosa e subdola, quella della guerriglia navale e del blocco economico, mentre gli Stati Uniti e i loro alleati si preparano a gestire le conseguenze di uno scenario che tiene il mondo col fiato sospeso.

La posta in gioco è altissima, e il controllo delle rotte marittime vitali per l'economia globale è diventato il vero campo di battaglia, un teatro dove le mine navali, le navi civili e gli attacchi asimmetrici la fanno da padroni.

La guerra silenziosa nello Stretto di Hormuz

La tensione nello Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia attraverso il quale transita circa un quarto del commercio mondiale di petrolio, si è trasformata in una guerra quotidiana fatta di attacchi missilistici, incursioni di natanti e una minaccia costante rappresentata dalle mine navali che Teheran avrebbe disseminato sul fondale.

La dichiarazione del segretario di Stato americano, Marco Rubio, che ha confermato la conclusione della fase militare dell'operazione "Furia Epica", potrebbe essere letta come un tentativo di de-escalation, ma le sue stesse parole tradiscono la realtà di un conflitto che, seppur cambiato nella forma, rimane estremamente cruento. "Se non ci sparano, non sparaimo.

Ma se siamo attaccati, risponderemo con efficacia letale", ha affermato Rubio, annunciando che il focus si è spostato sul cosiddetto "Progetto Libertà", un'iniziativa che integra il dispiegamento militare con azioni negoziali per garantire la sicurezza delle imbarcazioni civili e intensificare i contatti diplomatici. Nel frattempo, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha schierato nella zona cacciatorpediniere equipaggiati con missili guidati, più di cento aerei e circa 15.000 effettivi, mentre sono state distrutte diverse imbarcazioni iraniane che si erano avvicinate minacciosamente ai convogli statunitensi, causando la morte di almeno dieci marinai civili. Lo scenario che si prospetta è quello di un conflitto di logoramento, fatto di schermaglie e rappresaglie, in cui l'obiettivo dichiarato di Washington è quello di degradare sistematicamente le capacità di negazione marittima dell'Iran, mentre Teheran cerca di mantenere la propria influenza su quello che considera il suo principale strumento di pressione strategica.

Il fronte yemenita e l'incubo di Bab el Mandeb

La battaglia per il controllo degli stretti vitali del Medioriente non si combatte però solo nelle acque del Golfo Persico; essa rischia di riaccendere anche la guerra civile nello Yemen, con i sauditi e gli Houthi che combattono per il dominio su Bab el Mandeb, il varco che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden.

La tregua che dal 2022 aveva sostanzialmente congelato il conflitto è ormai un lontano ricordo, dopo che gli Houthi, sostenuti dall'Iran, hanno dichiarato un blocco navale contro l'Arabia Saudita, minacciando di colpire tutte le navi che transitano nello stretto.

La risposta di Riad non si è fatta attendere, con attacchi aerei mirati su posizioni dei ribelli a Sanaa e nella provincia di Hodeidah, mentre le fonti internazionali riferiscono di un dispiegamento di forze lungo le linee del fronte che preannuncia il possibile ritorno a uno scontro aperto su larga scala.

Un analista yemenita del Royal United Services Institute, Baraa Shiban, ha dichiarato a Reuters che si tratta delle preparazioni più serie per un conflitto mai viste dal 2022, e la situazione è ulteriormente peggiorata con l'arrivo nello Yemen di un volo iraniano che trasportava comandanti del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, consiglieri militari e attrezzature legate a missili e droni, oltre a oro destinato a finanziare le operazioni degli Houthi.

I patriot greci e la difesa delle infrastrutture energetiche

In questo contesto di crescente instabilità, emerge il ruolo inaspettato ma cruciale di un contingente greco schierato in Arabia Saudita a protezione dei siti petroliferi di Aramco, un'alleanza difensiva che testimonia la globalizzazione del conflitto e la sua capacità di coinvolgere attori europei.

La scorsa settimana, due missili balistici lanciati dagli Houthi contro gli impianti petroliferi di Yanbu, il porto sul Mar Rosso, sono stati intercettati e distrutti da una batteria di missili Patriot operata da un'unità dell'esercito greco, che dal 2021 ha un accordo di difesa con Riad. Si è trattato solo della seconda volta che l'equipaggio greco ha attivato il sistema missilistico dal suo dispiegamento, ma l'evento ha messo in luce l'importanza strategica della missione, nota come "Eldy".

La Grecia, che importa centinaia di milioni di euro di petrolio dall'Arabia Saudita ogni anno, ha tutto l'interesse a proteggere le infrastrutture energetiche del regno, specialmente ora che il terminale di Yanbu, collegato a un oleodotto strategico che permette di bypassare lo Stretto di Hormuz, è diventato un'alternativa vitale per le esportazioni saudite.

La presenza dei militari ellenici, sebbene non sostenuta da tutti in patria a causa dei trascorsi diritti umani sauditi, rappresenta un tassello fondamentale dell'iniziativa multinazionale "Integrated Air and Missile Defence Concept" (IAMD Concept), che mira a creare uno scudo antimissile regionale.

Conflitto tira l'altro: il prezzo del greggio e il rischio di un'escalation globale

Con l'Arabia Saudita che perde la pazienza e gli Houthi che minacciano di espandere la loro offensiva, la crisi si allarga a macchia d'olio, mentre i mercati globali tremano per l'impennata del prezzo del greggio, che ha già superato la soglia dei 100 dollari al barile, con il rischio concreto di avvicinarsi ai 120 dollari se entrambi gli stretti dovessero subire interruzioni prolungate.

Donald Trump, che ha minacciato una "punizione militare maggiore" contro Teheran e gli Houthi, ha anche avvertito che per ogni attacco alle navi commerciali nello Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti distruggeranno un ponte o una centrale elettrica iraniana, ampliando la lista dei possibili bersagli oltre le infrastrutture militari convenzionali.

L'Iran, dal canto suo, ha respinto le proposte di cessate il fuoco che non affrontano la questione del futuro dello Stretto di Hormuz, determinato a preservare quella che considera la sua leva di negoziazione più potente contro un avversario militarmente superiore.

Il conflitto, che ha già causato vittime tra i marinai civili e ha portato a un aumento dei premi assicurativi per le navi, mette in luce la fragilità di un sistema globale basato sulla libertà di navigazione, minacciato da attori statali e non statali che giocano la loro partita sul filo del rasoio, e la risposta che verrà da Washington e dai suoi alleati potrebbe determinare non solo le sorti del Medio Oriente, ma anche l'assetto economico e politico del mondo intero.

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