La salute dei bambini non basta curarla, Villani: “Crescerli sani è un’altra cosa”
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Redazione Salute
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ROMA – Non basta riparare il danno quando si rompe. Questa, in sintesi cruda ma efficace, la sintesi del pensiero che Alberto Villani, clinico di lungo corso, ha voluto ribadire nel corso della Giornata nazionale della Pediatria. L’appuntamento, promosso dalla Società italiana di pediatria (Sip) e ospitato per la prima volta all’Auditorium “Cosimo Piccinno” del ministero della Salute, ha tentato di scardinare un pregiudizio di fondo che, a detta degli specialisti, ancora affligge il servizio sanitario nazionale: l’idea cioè che la medicina debba inseguire la patologia piuttosto che anticiparla. Per i più piccoli, ha spiegato Villani, questo semplice principio si traduce in un imperativo categorico che va oltre la semplice terapia; non si può prescindere dal garantire loro le migliori condizioni di crescita possibili, puntando tutto sulla prevenzione primaria, se si vuole davvero parlare di “benessere” e non solo di assenza di malattia.
L’adultocentrismo del sistema e il paradosso della denatalità
Il quadro emerso dall’incontro, tuttavia, dipinge una realtà in forte controtendenza rispetto a queste evidenze scientifiche. Il sistema italiano, notoriamente strutturato per rispondere alle cronicità dell’adulto e dell’anziano, rischia di relegare l’infanzia a un ruolo marginale. Una contraddizione tanto più stridente in un’epoca segnata da un crollo delle nascite senza precedenti – scese sotto le 355mila unità annue secondo gli ultimi rilevamenti – e paradossalmente acuita proprio da quell’orientamento “adultocentrico” della società che pure lamenta il calo demografico. Rino Agostiniani, presidente Sip, nel suo intervento introduttivo ha voluto sottolineare come questa deriva non sia neutrale: trascurare l’età evolutiva significa compromettere la sostenibilità futura del sistema, perché ignorare i bisogni specifici di chi cresce equivale a costruire adulti meno sani e una sanità pubblica destinata a implodere sotto il peso delle proprie spese.
Dalla constatazione del malessere, la pediatria italiana ha quindi provato a formulare una controffensiva strutturata in quattro punti concreti. Al centro delle richieste, che hanno trovato spazio nel dibattito del ministero, spicca la necessità di un investimento massiccio sull’infanzia (per contrastare la spirale negativa della denatalità) e l’urgenza di introdurre l’educazione sanitaria nei programmi scolastici. Si punta a creare cittadini consapevoli, capaci di riconoscere i comportamenti a rischio, in un’ottica che Agostiniani definisce di “preparazione alla vita”.
L’obiezione di Agostiniani: “Cure fino a 18 anni, ma anche in ospedale”
Uno dei nodi più controversi affrontati durante la giornata – e che ha visto la sostanziale convergenza tra le società scientifiche e il ministro della Salute, Orazio Schillaci – riguarda l’innalzamento dell’età di assistenza pediatrica. L’obiettivo dichiarato è portare l’esclusiva dei pediatri di libera scelta dall’attuale limite (soglia dei 14 anni su gran parte del territorio) fino al compimento del diciottesimo anno di età. Schillaci, nel messaggio inviato ai lavori, ha definito la manovra come una “misura strategica” per garantire la continuità delle cure in una fase della vita, l’adolescenza, che rappresenta un passaggio delicatissimo dal punto di vista clinico e relazionale.
Tuttavia, se a parole la proroga raccoglie consensi, Agostiniani ha messo in guardia dalle insidie di un’applicazione solo parziale. Il presidente della Sip è stato chiaro: non basta modificare le convenzioni sul territorio se poi, varcate le porte degli ospedali, la situazione rimane un patchwork di regole differenti. Oggi, a seconda della regione in cui ci si trova (e a volte addirittura del singolo nosocomio), il passaggio dal pediatra al medico dell’adulto avviene in finestre temporali che oscillano arbitrariamente tra i 14 e i 18 anni. Una disomogeneità che, di fatto, spezza il percorso di cura e rischia di disperdere nel nulla la fiducia costruita in anni di relazione tra medico e famiglia.
L’importanza di uniformare i criteri ospedalieri
I dati forniti nel corso dell’iniziativa dipingono uno scenario preoccupante per quanto riguarda l’assistenza intraospedaliera. Si stima che circa un quarto dei bambini e dei ragazzi fino a 18 anni venga ricoverato in reparti concepiti per adulti, percentuale che schizza fino al 70 per cento nella fascia tra i 15 e i 18 anni. Una situazione che, tra l’altro, si ripete anche nelle terapie intensive, dove quasi un ricovero su due avviene in strutture non specializzate. Per Agostiniani, quindi, “estendere l’età pediatrica” è un concetto che deve valere per l’intera filiera assistenziale.
Ospedali a misura di bambino e di adolescente, dunque: non solo spazi fisici ripensati, ma anche una riorganizzazione della formazione degli specializzandi, sempre più chiamati a gestire una patologia complessa e cronica (nei nati pretermine o figli della procreazione medicalmente assistita, che ormai rappresentano una quota crescente del totale) piuttosto che le acutezze del passato. Villani, dal canto suo, ha ribadito che la sfida per la pediatria dei prossimi anni sarà proprio questa: riuscire a inglobare le fragilità sociali e psicologiche nel concetto di cura, abbandonando definitivamente un approccio riduzionista che si limiti a somministrare una terapia. Un messaggio che, se recepito, potrebbe rivoluzionare il modo stesso di intendere la sanità pubblica nel nostro Paese.




