La Bce e lo spettro dell'Iran: prezzi del petrolio e tassi d'interesse, un equilibrio sempre più instabile
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Redazione Economia
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La variabile mediorientale, e specificamente l'escalation del conflitto che coinvolge l'Iran, si è insinuata con prepotenza nelle stanze di Francoforte, complicando quel percorso di normalizzazione monetaria che la Banca centrale europea stava faticosamente tentando di tracciare. Da un lato, esponenti del calibro di Isabel Schnabel, membro influente del comitato esecutivo, cercano di smorzare gli animi, spiegando che l'impennata del prezzo del greggio, pur rendendo il cammino dell'inflazione "più incerto", non deve necessariamente tradursi in una reazione istintiva. Dall'altro, i mercati finanziari, che per loro natura tendono ad anticipare gli eventi e talvolta a forzare la mano, hanno già scontato con una certezza quasi assoluta un rialzo del costo del denaro entro la fine del 2026, un'eventualità che solo sette giorni fa appariva remota e contraria a ogni pronostico. È questo scollamento, questa tensione tra la prudenza necessaria a governare un sistema complesso come l'eurozona e la rapidità fulminea con cui i trader rimodulano le proprie scommesse, a definire il clima di queste ore.
La strategia della prudenza e l'ombra del 2022
Nel tentativo di arginare l'ansia che serpeggia tra gli investitori, Christine Lagarde, presidente della Bce, ha ribadito un concetto che nelle sue uscite pubbliche torna come un mantra: l'istituto non ha una "risposta predefinita" alla crisi in Medio Oriente e prenderà decisioni "riunione dopo riunione", basandosi esclusivamente sui dati che via via emergeranno. Questa flessibilità, questa volontà di non legarsi le mani a un percorso obbligato, è vista da Francoforte come il principale punto di forza in una fase dominata dall'incertezza. Eppure, dietro la facciata rassicurante esibita dalla numero uno, traspare la consapevolezza che il contesto è radicalmente diverso da quello, ormai lontano, della pandemia. Schnabel stessa ha ammonito che l'economia globale sarà probabilmente esposta con maggior frequenza a perturbazioni dal lato dell'offerta, e lo shock energetico innescato dalle tensioni in Iran, con il suo impatto sulle rotte marittime e sui costi di approvvigionamento, ne è un promemoria fin troppo tangibile. L'esperienza del 2022, quando l'invasione russa dell'Ucraina fece impennare i prezzi e l'inflazione andò ben oltre le previsioni dei banchieri centrali, è un fantasma che aleggia su ogni valutazione.
Tre scenari per uno shock asimmetrico
A smentire la calma apparente della comunicazione ufficiale, emerge un lavoro certosino che la Bce starebbe conducendo al proprio interno, una mappatura dettagliata dei rischi per prepararsi a eventualità che potrebbero trasformare la crisi in un vero e proprio "shock asimmetrico" per i paesi dell'euro. L'analisi si concentrerebbe su tre scenari distinti, ciascuno con implicazioni diverse per la crescita e l'inflazione: dalla durata del conflitto, alla sua estensione ad altre nazioni del Golfo, fino all'impatto sulla fiducia di imprese e consumatori. Il timore, nemmeno troppo velato, è che l'aumento dei costi energetici, se persistente, possa non solo ritardare la discesa dei prezzi al consumo, ma anche innescare una pericolosa spirale salari-prezzi, qualora le richieste di aumenti retributivi iniziassero a inrare le attese di un'inflazione futura più elevata. Un'eventualità, quest'ultima, che Schnabel ha indicato come il vero campanello d'allarme da monitorare con la massima attenzione.
Il verdetto dei mercati e la posizione della Fed
Se a Francoforte si studiano le proiezioni a medio termine, sui mercati finanziari il presente è già scritto: i trader scontano ormai al cento per cento un rialzo dei tassi di almeno venticinque punti base nel corso del 2026. Una sterzata netta rispetto alle attese di inizio anno, quando il dibattito era ancora incentrato su tempi e modi di un'eventuale riduzione del costo del denaro. A rendere il quadro ancora più intricato contribuisce la posizione della Federal Reserve americana: oltreoceano, con Donald Trump nuovamente alla Casa Bianca e un nuovo governatore in procinto di essere nominato, gli analisti prevedono una politica monetaria più accomodante, con possibili tagli dei tassi che allargherebbero ulteriormente il differenziale con l'Europa. Una divergenza che, inevitabilmente, avrebbe ripercussioni sul cambio euro-dollaro e, di riflesso, sulla competitività delle esportazioni del Vecchio continente. In questo scenario di fuoco incrociato, tra pressioni inflazionistiche importate e fragilità di una crescita economica che resta modesta, la Bce si trova a camminare su un crinale sottilissimo, dove un passo falso potrebbe riaprire scenari che si speravano definitivamente archiviati.
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