Petrolio in caduta libera: il barile sotto i 70 dollari e l’Iran incassa tre miliardi in due settimane
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Redazione Economia
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Il mercato del petrolio sta vivendo una delle fasi più convulse degli ultimi mesi, con il greggio che ha toccato i minimi da quattro mesi a questa parte, in un movimento che ha sorpreso persino gli analisti più navigati. Il Brent è scivolato sotto la soglia dei 71 dollari al barile, mentre il Wti americano è sceso fino a quota 68 dollari, in un ribasso che ha rapidamente smontato quel premio di rischio accumulato nei quattro mesi precedenti, quando le tensioni tra Israele e Iran avevano alimentato timori di un’escalation capace di interrompere i flussi energetici globali.
Quello che ha impiegato mesi per essere costruito, insomma, è stato disfatto in pochi giorni, complice una serie di sviluppi diplomatici che hanno ridisegnato le aspettative degli operatori.
Il ruolo dei colloqui di Doha e lo Stretto di Hormuz
Il fattore scatenante di questa repentina inversione di tendenza va ricercato nei progressi emersi dai colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran, che si sono tenuti a Doha e che hanno riguardato, tra i vari temi, anche la delicata questione dello Stretto di Hormuz. Questo passaggio strategico, attraverso il quale transita una fetta considerevole del greggio mondiale, era stato al centro delle speculazioni degli ultimi mesi, con gli operatori che avevano scontato nei prezzi un rischio crescente di blocco navale o di interruzioni forzate.
Ogni aggiornamento proveniente dai tavoli negoziali, però, ha contribuito a rimuovere uno strato di paura dopo l’altro, restituendo fiducia sui mercati e innescando una svendita che ha colto molti di sorpresa per la sua velocità. Il Kuwait, nel frattempo, ha ripreso a pompare a pieno regime, aggiungendo un ulteriore elemento di pressione sull’offerta e contribuendo a quel clima di maggiore distensione che si respira tra i produttori.
L’effetto valanga sull’industria energetica italiana
Il crollo del greggio sotto la soglia psicologica dei 70 dollari non è certo un dettaglio da poco per l’economia italiana, e in particolare per colossi come Eni e Saipem, le cui quotazioni sono tradizionalmente sensibili all’andamento del petrolio.
Per l’Eni, che ha una componente upstream molto significativa, un barile più basso significa minori ricavi dalle attività estrattive, mentre per Saipem, attiva negli appalti e nei servizi per l’industria petrolifera, il quadro è più sfumato: da un lato, un costo dell’energia più contenuto può favorire gli investimenti dei committenti, dall’altro, la riduzione dei margini delle compagnie petrolifere potrebbe frenare nuovi progetti.
In questo scenario, gli occhi sono puntati anche sulla Banca Centrale Europea, che osserva con attenzione l’evoluzione dei prezzi energetici: un petrolio più basso, infatti, alleggerisce le pressioni inflazionistiche e potrebbe offrire maggior spazio di manovra alla politica monetaria, in un contesto economico che resta comunque fragile.
L’incasso iraniano e la tregua che cambia i conti
A rendere ancora più interessante la vicenda è il dato, emerso in queste ore, relativo agli introiti che l’Iran è riuscito a incassare in appena quindici giorni. Secondo le stime più accreditate, Teheran ha rimesso in circolo circa 50 milioni di barili di greggio, grazie soprattutto al venir meno del blocco navale nello Stretto di Hormuz, e ha intascato qualcosa come 3,5 miliardi di dollari ai prezzi correnti.
A consentire questa operazione, va detto, non è stato tanto il memorandum d’intesa firmato con gli Stati Uniti, quanto piuttosto la concreta rimozione degli ostacoli che impedivano alle navi iraniane di attraversare lo stretto, un passaggio che ha permesso al paese di tornare a far sentire il proprio peso sul mercato globale. È un meccanismo che ha dell’incredibile, se si pensa che in due settimane sono stati movimentati volumi di greggio che in condizioni normali richiederebbero mesi, e che ha ribaltato completamente gli equilibri tra domanda e offerta.
Le previsioni di Citi e lo scenario dei 60 dollari
In questo quadro di incertezza, gli analisti di Citi hanno elaborato uno scenario che getta ulteriori ombre sul futuro del greggio, ipotizzando un possibile calo del Brent verso quota 60 dollari al barile, qualora la tregua sullo Stretto di Hormuz dovesse reggere e la produzione iraniana continuasse a fluire senza intoppi. Una prospettiva, questa, che non è certo da escludere, considerata la rapidità con cui il premio di rischio è stato smontato e la facilità con cui Teheran ha rimesso in moto i propri flussi.
Il lieve rialzo registrato in apertura di seduta, con il Wti tornato vicino ai 70 dollari e il Brent a 72, non sembra per ora scalfire questa tendenza di fondo, e i mercati restano in attesa di nuovi segnali dai tavoli diplomatici e dai dati sulle scorte, che nelle prossime settimane potrebbero fornire indicazioni più precise sulla direzione da prendere.




