L’Iran avverte Parigi: fermatevi, o la guerra si allarga. E Tokyo frena sulle navi per Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La crisi in Medio Oriente, giunta al suo sedicesimo giorno, registra nuove e preoccupanti fibrillazioni diplomatiche che si intrecciano con le operazioni militari in corso. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, nel corso di un colloquio telefonico con l’omologo francese Jean-Noël Barrot, ha lanciato un monito chiaro e netto a tutte le nazioni che, sollecitate dagli Stati Uniti, potrebbero essere tentate di intervenire direttamente nello scenario bellico. Un invito, quello di Teheran, a evitare azioni che possano portare a un’ulteriore escalation e, di conseguenza, a una pericolosa estensione geografica del conflitto che già oppone l’Iran agli Stati Uniti e a Israele.

La sollecitazione di Araghchi giunge in risposta diretta all’appello pubblicamente lanciato dal presidente americano Donald Trump, il quale ha chiesto a un gruppo di nazioni, tra cui figuravano Francia, Cina, Giappone e Regno Unito, di contribuire con proprie unità navali a garantire la sicurezza nello Stretto di Hormuz. Uno snodo cruciale per i traffici energetici mondiali, attraverso cui transita una percentuale significativa del petrolio globale, e che Teheran ha di fatto reso inagibile come ritorsione per le ostilità in corso, bloccando di fatto le rotte marittime.

La cautela degli alleati e la posizione nipponica

L’amministrazione Trump, nel tentativo di creare una coalizione internazionale che supporti la propria flotta nel Golfo, si è però scontrata con la prudenza, se non con un netto rifiuto, da parte di alcuni dei suoi tradizionali alleati. In particolare, il Giappone ha fatto sapere di non avere, al momento, alcuna intenzione di attivare operazioni di sicurezza marittima nell’area, pur senza chiudere completamente la porta a futuri sviluppi. La premier giapponese Sanae Takaichi, interpellata sulla questione in parlamento, ha chiarito come Tokyo non abbia preso alcuna decisione in merito al dispiegamento di navi, specificando che il governo sta ancora valutando quali azioni possano essere intraprese nel rispetto del quadro legale nipponico e in funzione della protezione dei propri interessi nazionali, dato che il Giappone dipende per oltre il novanta per cento del proprio fabbisogno di greggio dalle rotte mediorientali.

Le rivendicazioni militari e la chiusura dello Stretto

Sul terreno, la situazione rimane incandescente. Il Pentagono ha rivendicato la distruzione di novanta obiettivi militari iraniani, tra cui spicca l’attacco all’isola di Kharg, il principale hub petrolifero della Repubblica Islamica, un colpo che mira a strangolare l’economia di Teheran colpendone le infrastrutture energetiche vitali. Ciononostante, fonti locali hanno riferito che le attività di esportazione dal terminal di Kharg proseguirebbero, seppur in un contesto di assedio. La tensione, tuttavia, si concentra ora proprio sullo Stretto di Hormuz, dove la minaccia di una chiusura prolungata e di attacchi alle navi mercantili tiene con il fiato sospeso i mercati globali.

Il dialogo franco-iraniano e il nodo dei cittadini francesi

Nella telefonata con Barrot, il ministro Araghchi ha ribadito la posizione di principio di Teheran, affermando che la guerra potrà dirsi conclusa solo quando ci sarà la certezza che non si ripeterà. Un concetto, quest’ultimo, che sembra alludere alla necessità di ottenere garanzie definitive da parte statunitense e israeliana. Da parte sua, il capo della diplomazia francese, nel dialogo riportato dalle agenzie iraniane, ha sottolineato l’urgenza di ridurre le tensioni e di garantire la libertà e la sicurezza della navigazione nel Golfo, un tema caldo per Parigi che, come ha più volte ribadito il presidente Emmanuel Macron, considera inaccettabile essere presa di mira. Sullo sfondo delle complesse dinamiche belliche, resta poi il nodo spinoso dei due cittadini francesi, Cécile Kohler e Jacques Paris, trattenuti in Iran da anni e la cui liberazione rappresenta una priorità per l’Eliseo, come lo stesso Macron ha avuto modo di ricordare in un recente colloquio con l’omologo iraniano Pezeshkian.

La posizione israeliana sul fronte libanese

Sul versante opposto, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha chiarito la posizione di Gerusalemme in merito a un possibile fronte settentrionale, escludendo categoricamente l’avvio di colloqui diretti con il governo libanese nei prossimi giorni, nonostante le indiscrezioni circolate nei giorni scorsi circa una possibile mediazione internazionale. Una dichiarazione, questa, che raffredda le speranze di una rapida soluzione diplomatica anche con Beirut, mentre prosegue lo scambio di ostilità con Hezbollah, confermando la volontà israeliana di proseguire la campagna contro l’Iran e i suoi alleati regionali senza soluzione di continuità.

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