L’Iran avverte Parigi: «Fermatevi, o la guerra si allarga». E Trump insiste per una coalizione nello Stretto di Hormuz

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha avuto un colloquio telefonico con l’omologo francese Jean-Noel Barrot, e nel corso della conversazione – come riportano le agenzie di stampa statali Irna e Tasnim – ha lanciato un avvertimento chiaro a quei Paesi che potrebbero essere tentati di intervenire militarmente nelle acque del Golfo. L’invito, formulato con la consueta diplomazia che precede le azioni sul campo, è quello di astenersi da qualsiasi mossa che possa innescare un’escalation o, peggio, estendere geograficamente il conflitto. Una richiesta, questa, che arriva in un momento di massima tensione nello Stretto di Hormuz, il passaggio obbligato per un quinto del petrolio mondiale, dove il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha chiesto a una manciata di nazioni – tra cui la stessa Francia, la Cina, il Giappone e il Regno Unito – di inviare navi militari per garantire la sicurezza della navigazione.

Il nodo di Hormuz e la replica di Teheran

La richiesta di Trump, che a suo dire avrebbe coinvolto «circa sette Paesi», si scontra però con la realtà di un quadro internazionale quanto mai cauto. Fonti diplomatiche citate dalla stampa americana, inclusa un’analisi del Wall Street Journal ripresa dall’agenzia Bernama, suggeriscono che l’amministrazione potrebbe annunciare già questa settimana la formazione di una coalizione multinazionale, ma molti governi, pubblicamente, rimangono sulla riserva. Il timore, condiviso da diverse capitali europee e asiatiche, è quello di essere trascinati in un conflitto diretto con l’Iran, le cui capacità di ritorsione nello Stretto sono ben note. La Francia, in particolare, sembra voler mantenere una linea di distanza: fonti citate dall’Associated Press riferiscono che Parigi, pur lavorando a contatti con partner europei, indiani e asiatici per una possibile missione di scorta, ha chiarito che questa potrà avvenire solo «quando le circostanze lo permetteranno», ovvero una volta cessate le ostilità. Dall’altra parte, Teheran ribadisce che la guerra finirà solo quando avrà la certezza che non si ripeteranno le condizioni che l’hanno scatenata, e intanto Barrot, sempre secondo la ricostruzione iraniana, avrebbe convenuto con Araghchi sulla necessità improrogabile di ridurre le tensioni e garantire la sicurezza della navigazione.

Il fronte interno e le ripercussioni globali

Sul terreno, il conflitto è entrato nel suo sedicesimo giorno e i contendenti fanno i conti con le proprie strategie e le proprie perdite. Il Pentagono ha rivendicato la distruzione di novanta obiettivi militari, concentrandosi in particolare sull’isola di Kharg, il cuore pulsante delle esportazioni petrolifere iraniane da cui transita la stragrande maggioranza del greggio di Teheran. Un attacco, quello all’hub energetico, che ha un valore sia strategico che simbolico, e che ha spostato immediatamente l’attenzione sullo Stretto di Hormuz, dove l’Iran ha ripetutamente minacciato di interferire con il traffico delle petroliere in risposta alle ostilità. Nel frattempo, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha escluso la possibilità di avviare colloqui diretti con il governo libanese nei prossimi giorni, spegnendo sul nascere qualsiasi ipotesi di un imminente dialogo bilaterale separato dal contesto bellico più ampio.

La posizione francese e il pressing di Washington

Mentre la diplomazia lavora sui canali paralleli, il fronte occidentale mostra alcune crepe. Da un lato, Trump spinge per una coalizione che condivida l’onere della sicurezza marittima, sottolineando come molti dei Paesi coinvolti dipendano in modo vitale dal greggio che transita per Hormuz. Dall’altro, la Francia – pur avendo subito la perdita di un militare in Iraq e dichiarando inaccettabile il fatto di essere stata presa di mira – ribadisce che il proprio ruolo nella regione è puramente difensivo. Una posizione, quella di Parigi, che cerca di bilanciare la solidarietà con gli alleati storici e la necessità di non alimentare un incendio le cui fiamme potrebbero divampare ben oltre i confini mediorientali. Il tutto mentre il presidente francese Emmanuel Macron, in una conversazione separata con l’omologo iraniano Masoud Pezeshkian, ha definito «inaccettabili» gli attacchi di Teheran contro gli Stati del Golfo e ha chiesto il rilascio di due connazionali detenuti in Iran.

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