L’Iran avverte Parigi: fermatevi o la guerra si allarga. Lo Stretto di Hormuz nel mirino di Trump
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Redazione Esteri
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Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha esortato le altre nazioni, nel corso di un colloquio telefonico con l’omologo francese Jean-Noel Barrot, ad astenersi dal compiere azioni che potrebbero innescare un’escalation e favorire un’estensione del conflitto in Medio Oriente. La comunicazione, avvenuta in un sedicesimo giorno di guerra che vede contrapposti Stati Uniti, Israele e Iran, arriva in risposta alla richiesta avanzata dal presidente americano Donald Trump ad alcuni Paesi, tra cui la stessa Francia, la Cina, il Giappone e il Regno Unito, di contribuire con proprie navi militari alla sicurezza nello Stretto di Hormuz. Una richiesta, quella della Casa Bianca, che mira a garantire la libertà di navigazione in un’area nevralgica per il trasporto petrolifero mondiale, ma che ha sollevato più di una perplessità tra i partner internazionali interpellati.
Il doppio binario della diplomazia e della minaccia
Nel corso della conversazione, riportata dai media statali iraniani Irna e Tasnim, il capo della diplomazia di Teheran non si è limitato a un generico invito alla moderazione. Da un lato, Araghchi ha messo in guardia i Paesi terzi dal farsi coinvolgere in quella che viene percepita come un’operazione a guida statunitense, caldeggiata da Trump, che, secondo l’Iran, non farebbe altro che allargare il perimetro del conflitto. Dall’altro lato, lo stesso Araghchi avrebbe ricevuto rassicurazioni da Barrot, il quale ha ribadito la necessità prioritaria di ridurre le tensioni e di garantire la sicurezza della navigazione, quasi a voler smarcare Parigi da un’adesione incondizionata alla linea più dura voluta da Washington.
La posizione francese, del resto, appare cauta e prudente. Nonostante Emmanuel Macron avesse in precedenza ventilato l’ipotesi di una missione navale “puramente difensiva” in coordinamento con alleati europei e asiatici -1-7, l’Eliseo sembra voler temporeggiare, sottolineando come un’eventuale missione possa essere presa in considerazione solo “quando le circostanze lo permetteranno” e una volta superata la fase più acuta dei combattimenti. Una cautela che stride con la nettezza dell’ultimatum iraniano: se da Teheran filtra l’idea che la guerra finirà solo quando ci sarà la certezza che non si ripeterà, l’invito ai Paesi del Golfo è chiaro, ovvero quello di espellere le forze straniere dalla regione.
Hormuz, il nodo strategico e le incertezze della coalizione
Il nodo della questione, e il principale teatro di questa nuova fase di tensione, resta lo Stretto di Hormuz. Donald Trump ha sollecitato una coalizione internazionale per pattugliare le sue acque, ma l’appello non ha ancora trovato riscontri concreti. Mentre il Regno Unito si limita a discutere “una serie di opzioni” con gli alleati -9, e la Corea del Sud annuncia che valuterà la situazione con attenzione -2, il Giappone ha già mostrato notevoli riserve, citando ostacoli di natura costituzionale. La Cina, pur affermando che tutte le parti hanno la responsabilità di garantire un approvvigionamento energetico stabile, non si è impegnata a inviare navi, auspicando piuttosto una de-escalation.
Sullo sfondo, la macchina bellica continua a macinare colpi e a mietere vittime. Le forze israeliane hanno confermato che la guerra proseguirà per almeno altre tre settimane, mentre il Pentagono rivendica la distruzione di decine di obiettivi militari, incluso l’hub petrolifero di Kharg, considerato vitale per l’export di Teheran. In un crescendo retorico che alimenta ulteriormente le fiamme del conflitto, le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno diramato un comunicato minaccioso, raccolto dall’agenzia Fars, in cui si promette di “braccare e uccidere” il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Una minaccia, quest’ultima, che segue la diffusione di voci, poi smentite da Israele, circa le sorti del leader israeliano. L’incertezza sulle sue condizioni, reale o alimentata ad arte, diventa così un’arma di guerra psicologica, in un conflitto in cui nessuno dei fronti, dallo Stretto di Hormuz ai cieli di Tel Aviv, sembra voler concedere tregua.




