Il lavoro nell’era dell’intelligenza artificiale tra corsi di laurea, nuove professioni e la profezia di Microsoft

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’intelligenza artificiale, quella che fino a ieri sembrava una promessa per un domani lontano, è invece già diventata il perno attorno a cui ruota l’intero mercato del lavoro, imponendo una riqualificazione profonda delle competenze e generando, al contempo, figure professionali inedite e percorsi formativi specifici. La domanda, per chi cerca un impiego o per chi desidera rimanere al passo con i tempi, non è più se l’IA trasformerà la propria professione, ma come e quando questo accadrà, considerato che la richiesta di specialisti del settore è in vertiginoso aumento e gli stipendi, per chi possiede le giuste conoscenze, lievitano ben oltre la media nazionale. Se da un lato le aziende faticano a reperire talenti qualificati in ambito algoritmico, dall’altro l’integrazione massiccia di questi strumenti nelle mansioni giornaliere sta producendo un effetto paradossale sulla produttività, come rivela una ricerca secondo cui, laddove l’uso dell’AI è più intenso, l’orario di lavoro non si riduce affatto; anzi, si lavora molto di più, impiegando il tempo risparmiato grazie all’automazione per svolgere un numero maggiore di attività, intensificando così il proprio carico invece di diminuirlo.

Le opportunità per chi decide di investire sulla propria formazione in questo campo sono inequivocabilmente tracciate dalle più recenti analisi del mercato del lavoro, come quella pubblicata da LinkedIn che fotografa i ruoli in più rapida ascesa in Italia -1-3. In cima a questa classifica, che rappresenta una bussola per orientarsi tra i mestieri del futuro, svetta la figura dell’ingegnere dell’intelligenza artificiale, un professionista incaricato di progettare e addestrare modelli generativi capaci di produrre contenuti in modo autonomo; subito dopo troviamo il direttore AI, un ruolo manageriale cruciale per definire le strategie e supervisionare l’implementazione etica e normativa delle soluzioni intelligenti all’interno delle organizzazioni -7-9. La classifica prosegue poi con profili ad alta specializzazione tecnica, come l’ingegnere dei sistemi avionici e il bioinformatico, ma anche con figure legate alla consulenza strategica e alla gestione, a dimostrazione che, accanto alle competenze Stem, rimangono fondamentali le capacità gestionali e la visione d’insieme -1.

L’impatto dell’automazione e la visione di Microsoft

Tuttavia, mentre il mercato del lavoro si adatta e cerca queste nuove figure, la discussione sul futuro delle professioni cosiddette “da colletti bianchi” si infiamma attorno a previsioni radicali. In una recente e ampia intervista rilasciata al Financial Times, Mustafa Suleyman, a capo della sezione Intelligence Artificiale di Microsoft, ha rilanciato quella che molti considerano una profezia destinata a scuotere le fondamenta del lavoro impiegatizio: entro i prossimi 12-18 mesi, gran parte delle mansioni che si svolgono seduti davanti a un computer, dalla contabilità al marketing, passando per il project management e il settore legale, potrebbe essere completamente automatizzata da sistemi sempre più avanzati. Suleyman, forte del suo passato da pioniere con DeepMind, parla di un salto di qualità epocale, quello verso un’intelligenza artificiale in grado di eguagliare le prestazioni umane nella maggioranza delle attività professionali, e annuncia la strategia di Microsoft per raggiungere una sostanziale autosufficienza tecnologica sviluppando modelli proprietari che riducano la dipendenza da OpenAI.

Le sue dichiarazioni, inevitabilmente, hanno acceso il dibattito e trovato eco in altre voci influenti della Silicon Valley, come Dario Amodei di Anthropic, che ha ipotizzato la possibile scomparsa di metà delle posizioni entry-level, o l’amministratore delegato di Ford, Jim Farley, che ha previsto un dimezzamento dei posti di lavoro impiegatizi negli Stati Uniti -2-8. Non solo: la stessa community finanziaria ha reagito con nervosismo a questi annunci, innescando vendite massicce sui titoli del settore software, in quello che è stato ribattezzato “SaaSpocalypse”, ovvero il timore che gli agenti autonomi possano rendere obsoleti interi comparti di servizi alle imprese -6. Eppure, a queste visioni apocalittiche si contrappongono dati di realtà ben più complessi: uno studio del MIT e ricerche condotte attraverso benchmark specializzati mostrano che, al primo tentativo, i modelli più avanzati falliscono ancora circa il 76% dei compiti professionali complessi, e che in molti casi l’utilizzo dell’IA ha addirittura allungato i tempi di esecuzione dei compiti, richiedendo continue verifiche e correzioni da parte degli umani -2-10.

La risposta dell’università e l’evoluzione delle competenze

In questo scenario, in cui la macchina sembra al contempo una minaccia e un’opportunità, il mondo della formazione e dell’università è chiamato a rispondere con percorsi di studio mirati, che non si limitino a insegnare la programmazione ma forniscano gli strumenti per governare la complessità e l’etica di questi sistemi. Le nuove professioni digitali, infatti, richiedono profili ibridi, in grado di padroneggiare i fondamenti dell’ingegneria informatica ma anche di comprenderne le implicazioni legali, sociali ed economiche. Mentre alcune figure, come il *prompt engineer* o l’*AI ethics officer*, iniziano a fare capolino negli organigrammi aziendali, le università italiane e internazionali stanno aggiornando i propri piani di studio con lauree magistrali e master specificamente dedicati alla scienza dei dati e all’apprendimento automatico, cercando di colmare il divario tra la domanda pressante delle imprese e l’offerta di professionisti ancora insufficiente.

La questione, dunque, non è più solo tecnica ma anche profondamente sociale e culturale. Il sogno di una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, che molti avevano immaginato con l’avvento dell’automazione, si scontra con la realtà di un utilizzo che, al momento, sembra moltiplicare i compiti e le responsabilità del lavoratore, trasformandolo in un supervisore di macchine sempre più potenti ma non ancora infallibili. L’errore, come sottolineato dal premio Nobel per l’economia Daron Acemoglu, è forse quello di sopravvalutare la capacità dell’IA di replicare il “sapere tacito”, quella conoscenza intuitiva e contestuale che si acquisisce solo con l’esperienza e che rende un professionista insostituibile -2. In attesa di vedere se la profezia di Suleyman si avvererà nei tempi brevi da lui indicati, rimane la certezza che la formazione continua e l’aggiornamento delle competenze rappresentano l’unica strada percorribile per navigare in questo nuovo e incerto panorama lavorativo.

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