La co-conduzione fantasma e lo scatto delle Bambole di pezza: Sanremo si scopre diviso tra copioni ingessati e rivendicazioni fuori programma
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un’immagine, nella seconda serata di questo Festival di Sanremo 2026, che probabilmente resterà più impressa di qualche esibizione musicale di medio calibro: ed è quella di artisti – veri artisti, non semplici volti noti – ridotti a comparse. L’impressione, guardando certi passaggi a lato del palco, è che la famigerata abolizione della figura della valletta abbia semplicemente partorito un mostro ben più raggelante. Non più ragazze in scaletta che annunciano i numeri telefonici, ma professionisti dello spettacolo, musicisti e attori, incastrati in una funzione meramente ornamentale. La regia li inquadra lì, impalati, in attesa del cenno del capotronco Carlo Conti – che intanto continua a gestire la macchina con la sua consueta, rassicurante routine – per estrarre di tasca un bigliettino e leggerlo con l’imbarazzo di chi recita una parte non propria. È una liturgia che sa di vecchio, e che stride con la presunta modernità di un cast che cerca, altrove, la scossa. Se il meccanismo si inceppa, poi, il disagio emerge in tutta la sua evidenza: ne sanno qualcosa le Bambole di pezza, il gruppo rock tutto al femminile che nella stessa serata non ha ricevuto il rituale omaggio floreale post-esibizione. Una dimenticanza, quella di Conti, prontamente giustificata il giorno successivo in conferenza stampa con un “ero preso dal brano e non ce l’ho fatta in tempo”, e con la promessa di un lauto risarcimento floreale per la prossima volta. Ma al di là del bouquet mancato, che ha offerto il pretesto per una parentesi di cronaca leggera, ciò che ha davvero acceso i riflettori sulla band è stato il loro atteggiamento tutt’altro che remissivo.
La sala stampa come arena: la replica delle Bambole di pezza al giornalista e il nodo della parità
Perché se sul palco le Bambole di pezza hanno portato il loro rock, è nello spazio angusto della conferenza stampa che hanno piazzato un vero e proprio colpo basso, nel senso più nobile del termine. Un botta e risposta, infatti, ha improvvisamente rotto la coltre di omologato consenso che avvolge la kermesse. Un giornalista presente in sala, forse alla ricerca di una provocazione facile o forse semplicemente fuori tempo massimo, ha chiesto al gruppo se non ritenessero ormai superata, quasi un arnese del passato, la parola “femminista”. La motivazione di fondo, esposta con una serie di luoghi comuni che hanno fatto da innesco, era che la società contemporanea avrebbe ormai raggiunto la parità, citando addirittura il proverbio secondo cui dietro ogni grande uomo ci sarebbe una grande donna, e concludendo con la celebre frase “a casa mia comanda mia moglie”. Una sorta di patriarcato sdoganato dalla porta di servizio, quello del privato domestico, che però non ha retto all’urto della realtà portata dalle musiciste. La replica è stata secca, priva di tentennamenti e spiazzante nella sua semplicità: “Non vogliamo comandare a casa, vogliamo potere ovunque”, hanno scandito le componenti della band, chiudendo il cerchio con una constatazione che ha gelato l’aria e spiazzato piuttosto che provocato.
Il punto, infatti, non era la gestione del bilancio familiare o delle faccende domestiche, ma la possibilità di esistere senza paura nello spazio pubblico. E qui la risposta è diventata un pugno nello stomaco: “Abbiamo paura di uscire di casa, di essere uccise e stuprate. Questa non è parità”. Una frase che ha fatto scattare l’applauso della sala e che ha spostato il baricentro della discussione dalla dialettica spicciola alla cronaca, a quei fatti di cronaca nera che quotidianamente raccontano un’altra verità. La band, capitanata dalla voce di Martina Cleo Ungarelli, 31enne di Limbiate che ha trasformato il palco dell’Ariston in una personale rivincita contro un passato di bullismo scolastico, ha rivendicato con forza l’attualità di una battaglia culturale che non può dirsi conclusa. Non c’era, nel loro intervento, alcuna volontà di contrapposizione al maschile, ma la semplice e complessa rivendicazione di una presenza paritaria: quella stessa presenza che sul palco, per loro come per altri, rischiava di essere ridotta a un mero accessorio, a una comparsa in attesa di un bigliettino. In fondo, la richiesta di non essere relegate a un ruolo marginale, né in casa né tantomeno sulla scena pubblica di un paese che le vuole vedere e ascoltare, è la stessa che hanno lanciato tra le polemiche e gli applausi, riportando il festival a fare i conti con la sostanza delle cose, al di là dei fiori e dei copioni già scritti.




