Il petrolio, Hormuz e quei 2,6 miliardi: l’altra guerra di Trump la fanno gli insider

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non era certo l’uranio, né tanto meno la liberazione del popolo iraniano, il vero motore dell’ultima guerra americana – lo si era capito fin dai primi bombardamenti, quando i jet colpivano infrastrutture petrolifere di membri Opec come Emirati Arabi, Arabia Saudita e Kuwait. Quel conflitto, che avrebbe dovuto frenare l’aggressività di Teheran, ha invece finito per spostare gli equilibri del mercato globale: la chiusura dello Stretto di Hormuz, una rotta che gestisce almeno un quinto del traffico mondiale di greggio, ha ridotto l’offerta e alzato i prezzi. A beneficiarne, guarda caso, sono state soprattutto le grandi compagnie petrolifere statunitensi, le stesse che oggi producono abbastanza greggio da esportarlo senza dover più passare per il canale di Suez.

Il paradosso saudita e l’addio degli Emirati al cartello

Mentre i missili colpivano gli impianti dei vicini, l’Arabia Saudita vedeva lievitare le proprie entrate petrolifere – un paradosso solo apparente, visto che il blocco di Hormuz, imposto dall’Iran con la minaccia di attaccare qualsiasi petroliera in transito, riduce la concorrenza sui mercati asiatici. E proprio in questo quadro si inserisce la clamorosa uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’Opec: una mossa che nessun analista aveva previsto, e che arriva dopo settimane di raid contro gli impianti degli EAU. La rottura, in altre parole, non è solo militare ma anche economica, e rivela quanto il cartello degli esportatori sia ormai lacerato al proprio interno.

Le scommesse milionarie prima degli annunci di Trump

C’è però un tassello che rende questa storia ancora più opaca, e riguarda i soldi fatti non dai sauditi ma da qualcuno molto più vicino al tycoon. La televisione Abc ha ottenuto i dati della borsa di Londra, e quel che ne emerge è una sequenza di operazioni sospette per un totale di 2,6 miliardi di dollari. In almeno quattro occasioni, alcuni operatori hanno aperto posizioni ribassiste sul petrolio – scommettendo cioè su un crollo del prezzo – poche ore prima che Trump annunciasse una tregua, una sospensione dei raid o una nuova direttiva sulla guerra in Iran. Trema anche Teheran, che in un paio di casi ha comunicato decisioni analoghe subito dopo quei picchi di contratti anomali.

L’indagine del dipartimento di Giustizia

Ora il dipartimento di Giustizia ha aperto un fascicolo, come confermano fonti della stessa Abc, e sta cercando di ricostruire la catena di quegli scambi: chi li ha ordinati, con quali capitali, e se esista un collegamento diretto con l’entourage del presidente. I valori in gioco – 2,6 miliardi di dollari concentrati in poche transazioni – suggeriscono l’accesso a informazioni riservate, quelle che solo un insider di governo può possedere. Non si tratta più, dunque, di semplici voci di corridoio: è l’ombra lunga dell’insider trading che si allunga fino allo Studio Ovale, mentre il petrolio continua a scorrere e Hormuz resta stretto come una tagliola.

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