La relazione abusiva con gli Usa e l'anno del rude attacco di Vance: l'Europa cerca una strada

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un anno è passato da quel discorso alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, eppure l'eco delle parole di JD Vance risuona ancora nei corridoi della politica europea, quasi fosse il brusio di fondo di una relazione transatlantica che non si è più davvero ricomposta -4. Era il febbraio del 2025 quando il vicepresidente americano, con un lessico volutamente rozzo e uno stile che molti osservatori, compreso chi scrive, definirono allora senza mezzi termini come "squallido", si presentò davanti agli alleati europei non per discutere di minacce comuni o di strategie condivise, ma per somministrare una pubblica reprimenda -4. Parrà strano, ma al centro della sua invettiva non c'erano le consuete questioni di difesa o i bilanci della Nato, bensì una critica frontale ai valori stessi del Vecchio continente: una presunta deriva autoritaria, la messa in discussione della libertà di espressione, addirittura il paragone con le censure in epoca sovietica -4-7. E in quell'occasione, lo si ricorderà, il presidente ucraino Zelensky, presente a Monaco, provò a riportare l'attenzione sul dramma della guerra, incontrando lo stesso Vance e lanciando un monito preciso: senza garanzie di sicurezza, l'aggressione russa non si sarebbe fermata ai confini ucraini -7.

A distanza di un anno esatto, la cornice è la stessa, Monaco e la sua conferenza, ma il tono dell'amministrazione Trump è parzialmente mutato, anche se la sostanza appare immutata. Il segretario di Stato Marco Rubio, tornato sul luogo del "delitto" diplomatico, ha scelto una melodia più conciliante, parlando di legami storici e definendo l'America "figlia dell'Europa" -3-5. Eppure, un'analisi appena più approfondita del suo intervento rivela che la richiesta di fondo non è cambiata, anzi, si è fatta se possibile più perentoria. La nuova amministrazione, forte della rielezione di Donald Trump, chiede all'Europa una riforma radicale che allinei il continente alla visione del movimento MAGA: valori cristiani, chiusura delle frontiere e un abbandono sostanziale delle politiche sul cambiamento climatico -3. In pratica, Rubio ha riproposto il concetto di un'alleanza a geometria variabile, in cui gli Stati Uniti sono pronti a procedere da soli, col risultato di lasciare gli europei di fronte a un bivio che ha il sapore amaro dell'umiliazione -5. E mentre Rubio parlava, a pochi chilometri di distanza, leader come il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron ribadivano la loro estraneità a quella che hanno definito la "battaglia culturale" della destra americana -5.

Questa frattura, sempre più evidente e profonda, sta costringendo Bruxelles a interrogarsi su un tema che per decenni è stato quasi un tabù: l'idea di un'Europa federale, o quanto meno di una maggiore condivisione in materia di politica estera e di difesa. L'euro, che pure ha compiuto un quarto di secolo e rappresenta un pilastro visibile dell'integrazione, non è riuscito da solo a creare quell'unione politica che molti, come l'ex presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, hanno ripetutamente sollecitato -8. La moneta unica, va detto, è stata fondamentale per gli scambi e ha dato un segno tangibile di una nuova realtà, ma oggi, di fronte a uno scenario globale in cui le grandi potenze giocano una partita spietata, la mancanza di una voce unica sulla scena mondiale pesa come un macigno -8. Gli stessi think tank, come dimostra il rapporto pubblicato alla vigilia della conferenza di Monaco, parlano apertamente di un mondo in cui vige la "politica della palla demolitrice", un contesto in cui l'Europa rischia di restare ai margini se non saprà compiere un salto di qualità -3.

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