Il blitz di Meloni a Niscemi e l’annuncio dei 150 milioni per la frana

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un atterraggio a sorpresa, il rotore dell’elicottero che ancora fende l’aria e subito, quasi senza soluzione di continuità, la presidente del Consiglio è proiettata nel cuore del disastro. Giorgia Meloni è tornata a Niscemi, nel Nisseno, e lo ha fatto con una tempistica che non era affatto scontata, a meno di un mese dalla sua prima ricognizione sul fronte di quella frana – una ferita profonda quattro chilometri nel costato della Sicilia – che ha costretto alla fuga oltre milleduecento persone. Accompagnata dal capo della Protezione civile, Fabio Ciciliano, figura che di lì a poche ore sarebbe stata investita di una responsabilità persino più gravosa, la premier ha voluto prima osservare dall’alto l’enorme scarpata che divora il terreno, poi scendere nel municipio per incontrare il sindaco Massimiliano Conti e una rappresentanza di quegli sfollati che da settimane attendono risposte che non siano solo parole di circostanza.

L’annuncio, quando è arrivato davanti alle telecamere, aveva il peso specifico dei numeri: centocinquanta milioni di euro. Una cifra che il ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci, intervistato dal Tgcom24, ha definito “significativa”, specificando come una parte consistente di quelle risorse verrà orientata all’acquisto di nuove case per chi la propria abitazione l’ha vista franare nel vuoto o l’ha dovuta abbandonare per sempre, mentre un’altra tranche sarà impiegata per la messa in sicurezza idrogeologica, in particolare per regimentare le acque del torrente che scorre a valle e che con la sua azione erosiva contribuisce a tenere viva l’instabilità del pendio. Il provvedimento, ha chiarito la presidente del Consiglio, non avrà però un focus esclusivo su Niscemi: mercoledì, in Consiglio dei ministri, arriverà un decreto più ampio pensato per affrontare i danni causati dal ciclone Harry che hanno messo in ginocchio anche altre zone del Meridione, dalla Sardegna alla Calabria, e per i quali si prevedono “diverse centinaia di milioni” destinati a infrastrutture e al sostegno delle attività produttive.

Una regia commissariale per evitare gli errori del passato

La scelta di nominare il prefetto Fabio Ciciliano come commissario straordinario per l’emergenza non è, e non vuole essere, puramente burocratica. Meloni, nel corso del punto stampa a Niscemi, è apparsa determinata a tagliare corto con qualsiasi ipotesi di rallentamento: la struttura della Protezione civile è già operativa, ha detto, e l’obiettivo è quello di non disperdere neppure un giorno di quel tempo prezioso che per le famiglie in attesa di una destinazione certa scorre invece con una lentezza insopportabile. Le risorse, ha scandito la presidente, viaggeranno su tre direttrici precise e indifferibili: la demolizione degli edifici ormai irrecuperabili e pericolanti, la messa in sicurezza complessiva di un territorio che continua a muoversi, e poi gli indennizzi – che riguarderanno sia i privati cittadini sia i titolari di attività produttive – per i quali si dovrà fare presto, al netto di quanto già erogato nelle fasi immediatamente successive al disastro.

Sullo sfondo, e non potrebbe essere altrimenti, resta il fantasma di ciò che accadde dopo la frana della fine degli anni Novanta, quando le istituzioni – a vario Titolo e livello – finirono per sottovalutare il fenomeno, lasciando che si costruisse e si ricostruisse in aree la cui fragilità geologica era già stata ampiamente certificata. Una lezione che la presidente del Consiglio ha richiamato in modo implicito ma trasparente, ribadendo che su una cosa, almeno, non è disposta a transigere: la definizione della fascia di rispetto. Quelle decisioni, ha spiegato con una franchezza che non ammette repliche, non possono essere politiche; si basano esclusivamente su dati tecnici. E se si forzasse la mano, magari per dare ai cittadini una risposta immediata ma potenzialmente pericolosa, si finirebbe per ripetere gli stessi errori. Meglio allora che Niscemi diventi, per sua stessa ammissione, “il comune più monitorato d’Europa”, con geologi, esperti del genio militare e vigili del fuoco al lavoro per tracciare il confine tra ciò che si può salvare e ciò che invece è perduto per sempre.

Le tre priorità dell’intervento e la sospensione dei tributi

Nel dettaglio delle misure che confluiranno nel decreto di mercoledì, la presidente del Consiglio ha elencato un ventaglio di interventi che mirano a coprire ogni angolo dell’emergenza. Accanto ai fondi strutturali per la ricostruzione, ci saranno misure immediate come la sospensione dei tributi per i territori colpiti, il cui pagamento slitterà ad ottobre, e l’attivazione di ammortizzatori sociali – su cui il ministero del Lavoro sta mettendo a punto le procedure – destinati sia ai lavoratori dipendenti che a quelli autonomi, la cui attività è rimasta paralizzata dal giorno della frana. I ministeri, ha aggiunto Meloni, hanno già mobilitato risorse aggiuntive per circa centosettanta milioni, a copertura di settori che spaziano dall’agricoltura alle infrastrutture viarie, in un lavoro di raccordo costante con i presidenti delle tre regioni interessate: Renato Schifani per la Sicilia, Roberto Occhiuto per la Calabria e Alessandra Todde per la Sardegna.

Quel che emerge con chiarezza dalle parole della presidente è la volontà di distinguere, all’interno del provvedimento, due piani paralleli: da un lato la gestione specifica e drammatica della frana di Niscemi, con i suoi centocinquanta milioni blindati e un commissario ad hoc; dall’altro la risposta diffusa ai danni provocati dal maltempo che ha flagellato il Sud, con uno stanziamento complessivo che si preannuncia imponente ma che dovrà essere ripartito in base alle effettive necessità che emergeranno dalle ricognizioni in corso. Una distinzione, questa, che serve a non disperdere le risorse e a dare a ogni territorio ciò di cui ha effettivamente bisogno, ma che al tempo stesso rivela la complessità di un’emergenza che non è unica e compatta, bensì frastagliata in decine di ferite diverse aperte su un’area vastissima del paese.

Il nodo irrisolto della fascia di rispetto e la pazienza dei dati

Eppure, nonostante la concretezza dei numeri e la rapidità dell’annuncio, resta un punto fermo su cui la presidente del Consiglio non ha concesso sconti né illusioni: la fascia di rispetto. Quella linea immateriale che separa la zona rossa – inaccessibile, pericolante, ormai consegnata alla frana – da quella che potrebbe, con il tempo e con le opere adeguate, tornare a essere abitabile o almeno fruibile. I cittadini, quelli che hanno incontrato Meloni in municipio, chiedono risposte certe, ma la scienza – in questi casi – non si lascia forzare. “Sarei una pazza”, ha detto testualmente la presidente, se forzasse le decisioni basandosi su ragioni politiche o sull’urgenza di dare una risposta a tutti i costi. La definizione di quel perimetro spetta ai tecnici, ai geologi che studiano il movimento del terreno, ai dati che arrivano dai sensori e dai monitoraggi continui. E finché quei dati non saranno chiari, univoci, inconfutabili, nessuna scelta potrà essere presa.

Una posizione, questa, che da un lato espone il governo alle critiche di chi vorrebbe tempi più stretti e soluzioni immediate, ma dall’altro ha il pregio della trasparenza e, soprattutto, della responsabilità. La storia delle frane in Italia, e in Sicilia in particolare, è costellata di decisioni troppo affrettate, di ricostruzioni autorizzate su terreni che ancora grondavano acqua e fango, di cedimenti strutturali pagati a caro prezzo, talvolta in vite umane. Evitare che questo accada di nuovo, a Niscemi, significa accettare l’impopolarità della prudenza, spiegare agli sfollati che per un po’ dovranno convivere con l’incertezza, ma che quella incertezza è il presupposto indispensabile per garantire che, quando si tornerà a costruire, lo si faccia su fondamenta solide e sicure. Ciciliano, da commissario, avrà proprio questo compito: tradurre i dati in ordinanze, trasformare la scienza in azione amministrativa, senza scorciatoie e senza deroghe.

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