Ponte sullo Stretto, Ciucci conferma l'impegno nonostante lo stop della Corte dei conti
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
«Stiamo recependo i rilievi della Corte dei conti. Il Ponte sullo Stretto si farà». Con questa dichiarazione perentoria, Pietro Ciucci, presidente della società incaricata, ha voluto chiudere qualsiasi spazio a dubbi o incertezze, pur ammettendo uno slittamento temporale di sei o sette mesi rispetto al cronoprogramma originario. Avremmo voluto, ha affermato, che il 2025 fosse l'anno dell'avvio delle attività propedeutiche, consapevoli però della complessità intrinseca delle procedure per quella che è definita, non a caso, la più grande infrastruttura mai realizzata in Italia e una delle opere più importanti a livello globale.
Il parere negativo dei giudici contabili e la strada intrapresa dal governo
Lo stop, come noto, è arrivato dalla Corte dei conti, la quale ha negato il visto di legittimità alla delibera del Cipess dello scorso agosto, bocciando di fatto la scelta di assegnare l'appalto senza una nuova gara ai vincitori del bando del 2004, una procedura ritenuta in contrasto con la direttiva europea sugli appalti. Ciucci, tuttavia, sottolinea come ci sia un impegno assoluto, sia da parte della società che del governo, per integrare quanto più possibile le osservazioni dei magistrati contabili nella nuova delibera che sarà sottoposta al vagine del comitato. Una determinazione che non sembra incrinarsi neppure di fronte alle perplessità sollevate in sede europea, dove Marcin Nowacki, presidente della commissione Trasporti del Comitato economico e sociale, ha espresso riserve sulla classificazione dell'opera come progetto d'interesse comune, evidenziando la difficoltà di produrre analisi che giustifichino pienamente un investimento di tale portata.
Le critiche dal mondo del trasporto merci e le priorità alternative
Se da un lato le istituzioni proseguono nel loro iter, dall'altro una parte significativa del mondo produttivo solleva obiezioni di merito. Un sondaggio condotto tra gli autotrasportatori, infatti, ha restituito un quadro di scetticismo: a molti di loro l'opera, alla quale riconoscono una certa utilità, appare non prioritaria e troppo costosa. Le risorse, secondo questa visione, sarebbero meglio impiegate in un piano straordinario di manutenzione stradale, in interventi per modernizzare porti e hub logistici del Mezzogiorno e in un deciso potenziamento della rete ferroviaria, infrastrutture considerate più urgenti per la competitività del territorio.
Un cantiere politico e tecnico ancora tutto da aprire
Il dossier, cavallo di battaglia del vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, rimane dunque al centro di un dibattito acceso che mescola questioni tecniche, giuridiche e di opportunità economica. Le dichiarazioni provenienti da Bruxelles hanno ulteriormente infiammato la discussione in Italia, aggiungendo un livello di complessità a un iter già di per sé tortuoso. Mentre la società proponente si prepara a presentare le documentazioni riviste, l'attenzione rimane focalizzata sulla capacità di superare gli scogli normativi e di trovare, al contempo, una più ampia convergenza sulla reale necessità di un'opera il cui impatto, anche simbolico, continuerà a dividere.




