Afghanistan-Pakistan, l’escalation militare e la paura della popolazione raccontata da Emergency

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il fragore delle esplosioni, nella notte tra giovedì e venerdì, ha squarciato il cielo di Kabul riportando la capitale afghana, e con lei l’intero Paese, in quel baratro di paura da cui sembrava essersi appena affacciata. Le operazioni militari condotte dalle forze pakistane, che hanno preso di mira quella che Islamabad definisce come la presenza di miliziani anti-pakistani, non si sono limitate alle aree di confine ma hanno raggiunto il cuore del potere talebano, colpendo obiettivi nella provincia di Kabul, a Kandahar e in Paktia. Un portavoce del governo pakistano ha confermato che l’offensiva, proseguita senza soluzione di continuità, rientra in quella che il ministro della Difesa Khawaja Asif, con un messaggio sui social, ha definito senza mezzi termini una “guerra aperta”, decretando di fatto il fallimento di qualsiasi tentativo di distensione dopo mesi di tensioni crescenti.

Mentre i comunicati ufficiali dei rispettivi comandi militari diffondono cifre contrastanti circa le perdite inflitte al nemico – con Islamabad che rivendica l’uccisione di centinaia di combattenti talebani e la distruzione di postazioni di comando e depositi di munizioni, e gli stessi talebani che, tramite il portavoce Zabihullah Mujahid, denunciano vittime civili e rivendicano a loro volta incursioni oltre il confine, parlando di postazioni pakistane conquistate e di un aereo abbattuto nei pressi di Jalalabad -1-6-8 – è sul terreno, tra la popolazione, che si misura l’impatto più immediato e autentico di questa nuova e pericolosa escalation. L’ong italiana Emergency, presente in Afghanistan con una struttura capillare, si è trovata in prima linea nel prestare soccorso alle prime vittime di questi attacchi, offrendo una testimonianza diretta di ciò che sta accadendo lontano dai riflettori della diplomazia internazionale.

“Svegliati dalle bombe”: la testimonianza di Emergency da Kabul e Gardez

“Siamo stati svegliati alle 3 di notte dalle bombe pakistane, alle quali sono seguiti i colpi della contraerea afghana, costringendoci a chiuderci nei compound”. Con queste parole Alessandro Migliorati, responsabile logistica di Emergency, ha descritto all’Ansa e ad altre testate la notte di terrore vissuta nella capitale, un racconto che restituisce la dimensione umana di un conflitto che troppo spesso viene ridotto a fredde cifre e dinamiche geopolitiche. L’organizzazione ha già ricevuto e trattato i primi feriti: tre pazienti sono giunti all’ospedale di Kabul dalla zona est di Pul-e-Charkhi, mentre altri sei hanno raggiunto il posto di primo soccorso di Gardez, nella provincia di Paktia, un’area particolarmente calda data la prossimità con il confine. Un bilancio, hanno tenuto a precisare dall’ong, che resta “provvisorio” e destinato purtroppo a crescere, data la natura “in divenire” della situazione e la prosecuzione degli scontri.

Il timore di un ritorno al passato tra le macerie di una normalità ritrovata

Al di là del dato numerico dei feriti, ciò che emerge con forza dalle parole degli operatori umanitari è lo stato d’animo della popolazione afghana. Dopo quarant’anni di conflitti ininterrotti, l’ultimo dei quali culminato con la presa del potere da parte dei Talebani nell’agosto del 2021, la gente aveva iniziato a riassaporare una parvenza di normalità, fatta della possibilità di spostarsi senza il terrore costante di essere colpiti. Questa nuova escalation, con i bombardamenti che hanno ripreso a cadere su Kabul, riaccende il timore di un nuovo, drammatico capitolo di sofferenza. I colleghi afghani di Emergency raccontano di una preoccupazione diffusa, visibile anche per le strade dove la gente si ferma in capannelli a discutere di ciò che è successo e, soprattutto, di ciò che potrebbe succedere, nel timore di doversi nuovamente chiudere all’interno dei confini di una città o di un villaggio. È la paura di precipitare in quel “burrone” che avevano appena cominciato a scalare, un sentimento che le dichiarazioni bellicose dei governi rendono purtroppo più che fondato.

Le stesse dinamiche sul campo, del resto, confermano la fragilità di una situazione che vede opposti due eserciti con capacità militari profondamente diverse. Da un lato, la potenza aerea pakistana, con i suoi caccia e la sua artiglieria, capace di colpire in profondità; dall’altro, le forze talebane, forti di un know-how guerrigliesco maturato in decenni di resistenza e della conoscenza del territorio, che hanno risposto con incursioni di terra e attacchi con droni. Mentre la comunità internazionale, con l’Unione Europea e diverse nazioni, ha lanciato appelli alla de-escalation, e gli Stati Uniti di Donald Trump hanno espresso sostegno al diritto di autodifesa di Islamabad -1-8, sul confine la linea Durand torna a essere non un tratto di separazione ma una ferita aperta, e la popolazione afghana, ancora una volta, ne paga il prezzo più alto.

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