Due forti esplosioni a Jalalabad e raid notturni su Kabul, Emergency: “Svegliati dalle bombe, nove feriti nei nostri centri”
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Redazione Esteri
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Il fragore delle esplosioni, nella notte, ha squarciato il silenzio di Jalalabad, mentre i caccia pakistani tornavano a colpire il territorio afghano in quella che le autorità di Islamabad hanno ormai etichettato senza mezzi termini come una “guerra aperta”. Due forti boati, secondo le prime testimonianze giunte dalla città orientale, sarebbero stati uditi in prossimità dell’aeroporto locale, in un contesto di tensione crescente che ha visto l’aviazione pakistana estendere le proprie operazioni militari fin dentro la capitale, Kabul. Fonti afghane, peraltro smentite categoricamente dal ministero degli Esteri pakistano, avevano inizialmente parlato addirittura dell’abbattimento di un velivolo e della cattura del suo pilota. Sul terreno, intanto, l’ong italiana Emergency, presente in modo capillare nel Paese, ha già iniziato a fare i conti con le prime conseguenze di questa drammatica escalation. “Fino ad ora abbiamo ricevuto nove feriti nei nostri Centri”, ha fatto sapere Dejan Panic, direttore del programma in Afghanistan dell’organizzazione, spiegando che tre pazienti sono giunti durante la notte all’ospedale di Kabul dalla zona est di Pul-e-Charkhi, mentre altri sei hanno raggiunto il posto di primo soccorso di Gardez, nella provincia di Paktia, a ridosso del confine. Un bilancio, ha tenuto a precisare l’ong, che resta comunque provvisorio, data la situazione in rapida e preoccupante evoluzione.
Il risveglio nel terrore: la popolazione di nuovo sotto le bombe
La popolazione civile, dopo aver assaporato cinque anni di una pace relativa seguita alla presa del potere da parte dei Taliban nell’agosto del 2021, si è ritrovata proiettata all’indietro, in un incubo che si credeva ormai lontano. Alessandro Migliorati, responsabile logistica di Emergency, ha raccontato il clima di smarrimento e paura che ha pervaso le strade della capitale. “Siamo stati svegliati alle 3 di notte dalle bombe pakistane”, ha dichiarato, descrivendo come ai raid aerei siano seguite le raffiche della contraerea afghana, costringendo tutti a chiudersi nei compound per sicurezza. La preoccupazione, ha aggiunto, non è solo per l’incolumità fisica immediata, ma per il futuro: la gente teme di perdere quella parvenza di normalità faticosamente riconquistata dopo decenni di conflitti ininterrotti. Il pensiero di doversi nuovamente barricare all’interno delle città o dei villaggi, rivivendo la paura di spostarsi e di vivere liberamente, getta queste persone in un baratro di incertezza. Non solo a Kabul, ma anche lungo la porosa linea di confine, dove Emergency gestisce diverse cliniche, si segnalano scontri di intensità molto superiore al passato, ed è lì che si concentreranno gli sforzi umanitari nei prossimi giorni.
La dichiarazione di “guerra aperta” e gli intrecci regionali
A innescare la micra di questa nuova e pericolosa fase di scontri sono state le parole, pesanti come macigni, del ministro della Difesa pakistano, Khawaja Asif. “La nostra pazienza è finita”, ha scritto in un post sui social, utilizzando l’espressione “guerra aperta” per definire gli attuali rapporti con il vicino afghano. Una dichiarazione che ha di fatto ricacciato la regione in una spirale di violenza che nessuno, come osservano gli analisti, avrebbe previsto con questa intensità, considerando che si tratta di un conflitto a bassa intensità che covava sotto la cenere da anni. Tuttavia, dal ritiro delle forze internazionali e dal ritorno al potere dei Taliban, diversi fattori sono mutati, e Islamabad accusa ora Kabul di ospitare e sostenere gruppi militanti, in particolare il Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), responsabile di sanguinosi attentati sul suolo pakistano. Le incursioni della Pakistan Air Force, che hanno preso di mira non solo postazioni di miliziani ma anche obiettivi governativi in cinque province afghane – tra cui Kabul, Kandahar, Paktika, Khost e Laghman – rappresentano un salto di qualità nel confronto.
L’ombra della comunità internazionale e il ruolo degli Stati Uniti
Sul piano diplomatico, le posizioni appaiono quantomeno diversificate, se non contrastanti. Mentre l’Unione Europea, per bocca dell’Alta rappresentante Kaja Kallas, ha lanciato un appello alla de-escalation e ha sollecitato le autorità afghane a prendere le distanze dai gruppi terroristici, chiedendo un cessate il fuoco immediato, gli Stati Uniti hanno espresso una netta vicinanza a Islamabad. In un contesto in cui Donald Trump siede nuovamente alla Casa Bianca, l’amministrazione americana, attraverso la sottosegretaria Allison Hooker, ha ribadito il diritto del Pakistan di difendersi dagli attacchi condotti dai “terroristi ospitati dai Taliban”. Una posizione che di fatto legittima le operazioni militari pakistane e che rischia di indebolire ulteriormente la già fragile autorità del governo di Kabul, stretto tra la necessità di mostrare fermezza e le pressioni interne di chi, come alcuni esponenti locali, rilascia dichiarazioni minacciose, promettendo di portare la battaglia nelle città pakistane di Peshawar e Quetta se solo la leadership lo autorizzasse. Nel mezzo di questa complessa partita a scacchi, la popolazione afghana continua a subire le conseguenze di uno scontro i cui confini, mai realmente definiti, tornano a tingersi di sangue.




