Il Financial Times racconta lo smantellamento di Kallas: Francia e Germania vogliono ridisegnare la diplomazia europea
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La pazienza, si sa, è una virtù che a Bruxelles scarseggia soprattutto quando si parla di equilibri di potere e poltrone. Stavolta, a finire nel mirino incrociato di Parigi e Berlino, è la figura dell’Alto rappresentante Ue per la Politica estera, Kaja Kallas, accusata – secondo quanto riportato dal Financial Times l’11 giugno – di aver reso il Servizio europeo per l’azione esterna (Seae) una macchina "disfunzionale".
Il dado, per così dire, è tratto: Francia e Germania discutono proposte concrete per smantellare di fatto questo "ministero degli Esteri" dell’Unione, ridistribuendone le competenze – e il budget da circa un miliardo di euro – alla Commissione europea e ai singoli Stati membri.
Il "disfunzionale" ministero degli Esteri Ue e la guerra delle cancellerie
L’articolo del quotidiano britannico, che cita cinque alti funzionari europei, dipinge un quadro di crescente frustrazione verso l’operato dell’ex premier estone. Una delle fonti, parlando con la franchezza che solo l’anonimato garantisce nei palazzi del potere comunitario, ha definito la situazione come "strutturale", sottolineando che se il problema è nella struttura, allora "la struttura va ricostruita". Non si tratta, dunque, di un semplice aggiustamento tecnico, ma di una vera e propria resa dei conti politica.
Il Seae, nato con i Trattati di Lisbona nel 2010 per dare una voce unica all’Europa nel mondo, viene oggi percepito come un ostacolo, un ente che si sovrappone (inutilmente) alle diplomazie nazionali, incapace di reagire con prontezza alle crisi – da quelle commerciali alle tensioni in Medio Oriente – e relegato in secondo piano dall’attivismo di Ursula von der Leyen, la quale ha da tempo trasformato la sua Commissione in un esecutivo a trazione geopolitica.
Lotte sotterranee e fughe in avanti: il caso Kallas
La partita, tuttavia, non è solo istituzionale, ma anche profondamente personale. I rapporti tra Kallas e von der Leyen, deteriorati ormai da mesi (con indiscrezioni che davano la prima definire la seconda una "dittatrice"), hanno reso la convivenza ai piani alti di Bruxelles sempre più insostenibile.
A quanto pare, il nervo scoperto è la gestione delle delegazioni esterne: se Parigi chiede esplicitamente di limitare l’autonomia dell’Alto rappresentante sul controllo della rete di oltre 140 sedi diplomatiche nel mondo, è anche perché Kallas ha mostrato una certa propensione alla "fuga in avanti". Su dossier delicati come quello dei rapporti con la Cina o su alcune iniziative di pace, la titolare del Seae avrebbe espresso posizioni personali o avanzato proposte senza il preventivo benestare delle capitali.
Una prassi, questa, che ha innervosito non poco le cancellerie, le quali rivendicano il diritto di indirizzare la politica estera al posto di chi, a loro dire, dovrebbe solo eseguire.
Verso lo smembramento: il ritorno ai metodi pre-Lisbona
Le proposte sul tavolo, sebbene ancora informali, sono drastiche e mirano a un depotenziamento radicale. Si ipotizza, infatti, un ritorno al sistema precedente al 2010: togliere a Kallas il controllo operativo, trasferendo quote consistenti del suo organico e delle sue funzioni – come la preparazione delle liste di sanzioni o la progettazione delle missioni militari – al Consiglio europeo. La Commissione, dal canto suo, si prenderebbe la "supervisione" della diplomazia quotidiana, riducendo il ruolo dell’Alto rappresentante a una mera figura cerimoniale.
Una riforma, questa, che se dovesse passare richiederebbe l’unanimità dei Ventisette, un traguardo non facile da raggiungere viste le divisioni interne (specie con i Paesi baltici, tradizionalmente a favore di una linea dura e di una diplomazia forte). Eppure, come sottolinea un ex funzionario citato dal FT, non sarebbe strano "adeguare gli strumenti alla nuova realtà" di fronte all’evidente fallimento dei risultati di politica estera degli ultimi cinque anni.




