Quarantamila morti dopo, il Pkk ammaina la bandiera. Ma chi è Abdullah Öcalan?

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Figlio di contadini, Abdullah Öcalan nasce il 4 aprile 1949 a Ömerli, villaggio al confine con la Siria, in una regione dove l’identità curda, pur soffocata dal nazionalismo turco, rimaneva radicata. Mentre studia scienze politiche ad Ankara, entra in contatto con l’estrema sinistra, un percorso che nel 1972 lo porta in carcere per la prima volta. È in quegli anni che l’ideologia marxista-leninista, mescolata a un acceso nazionalismo curdo, diventa la base teorica su cui, nel 1978, fonda il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), inizialmente di ispirazione maoista e con l’obiettivo di creare uno Stato indipendente.

Quattro decenni dopo, il bilancio è drammatico: oltre quarantamila vittime, tra militari turchi, guerriglieri del Pkk e civili, in un conflitto che ha lasciato cicatrici profonde. Ora, però, la svolta. Dopo un congresso tenuto in Iraq tra il 5 e il 7 maggio, il Pkk ha annunciato lo scioglimento e la fine della lotta armata, decisione attribuita agli appelli del suo leader, detenuto dal 1999 nell’isola-carcere di Imrali. "Abbiamo completato la nostra missione storica", hanno dichiarato i vertici del partito, aprendo formalmente la strada a un disarmo che avverrà in tre fasi, sotto supervisione Onu.

Il governo turco, da parte sua, ha ribadito che non concederà autonomia ai curdi, nonostante la cessazione delle ostilità. Recep Tayyip Erdogan, che in passato aveva avviato colloqui con Öcalan prima di tornare a una linea dura, non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali. Intanto, fonti vicine al Pkk parlano di un ritiro graduale delle milizie dalle zone montuose del Kurdistan iracheno, dove per anni si sono rifugiate dopo gli scontri con l’esercito turco.

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