I curdi del Pkk bruciano le armi tra le montagne del Kurdistan: Erdogan proclama la vittoria
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Redazione Esteri
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Tra le aspre montagne del Kurdistan iracheno, venerdì scorso si è consumato un gesto che potrebbe segnare una svolta storica: i militanti del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) hanno dato fuoco a un arsenale di armi, in quella che è stata definita una cerimonia simbolica di disarmo. Un atto concreto, il primo dopo l’annuncio dello scorso maggio, quando il gruppo separatista – protagonista di quattro decenni di guerriglia contro lo Stato turco – aveva dichiarato l’intenzione di abbandonare la lotta armata per avviarsi verso una transizione politica.
La scena, carica di significato, è stata accolta con toni trionfalisti dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che nel corso di un discorso ad Ankara ha parlato di "vittoria" per la Turchia e i suoi 86 milioni di cittadini. "Si chiude un capitolo doloroso", ha affermato, riferendosi a quello che il governo di Ankara ha sempre definito "il flagello del terrorismo", durato, nelle sue parole, "47 anni". Le fiamme che hanno divorato i fucili e le munizioni dei guerriglieri curdi, però, non cancellano d’un tratto le tensioni né le profonde divisioni che hanno segnato il conflitto, uno dei più lunghi e sanguinosi della regione.
Il Pkk, fondato nel 1978 da Abdullah Öcalan – oggi detenuto in un carcere turco –, aveva avviato la sua campagna armata nel 1984 con l’obiettivo di ottenere l’autonomia per le regioni a maggioranza curda della Turchia. Un conflitto che ha causato decine di migliaia di vittime, tra militari turchi, guerriglieri e civili, e che solo negli ultimi anni aveva visto fasi alterne di tregua e riacutizzazioni violente. La decisione di deporre le armi, secondo alcuni osservatori, sarebbe legata anche alla pressione internazionale e al mutato scenario geopolitico, con la Turchia sempre più coinvolta in altri teatri, dalla Siria alla Libia




