Il Pkk depone le armi, Erdogan promette diritti ma il prezzo sono i voti curdi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Trenta militanti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), in perfetto equilibrio tra uomini e donne, hanno simbolicamente distrutto le loro armi in una cerimonia carica di significato politico. L’evento, svoltosi tra le montagne del Kurdistan iracheno, nella provincia di Süleymaniye, ha visto la partecipazione di oltre cento osservatori, tra funzionari turchi, rappresentanti del Kck (l’Unione delle comunità del Kurdistan) e alcuni giornalisti selezionati. Le armi, gettate in un calderone infuocato, segnano una svolta che, seppur simbolica, potrebbe aprire scenari inediti per una regione a lungo lacerata dal conflitto.

La scelta del luogo non è casuale: Jasana, una cava a cinquanta chilometri da Sulaymaniya, è diventata il palcoscenico di un gesto che Abdullah Öcalan, il leader storico del Pkk detenuto in Turchia dal 1999, aveva teorizzato da anni. La co-leader del Kck, Bese Hozat, ha guidato la cerimonia davanti a cinquecento persone, tra cui Jan van Aken, attivista tedesco con un legame decennale con la causa curda. «Un atto unilaterale che commuove», l’hanno definito i presenti, mentre le fiamme divoravano i kalashnikov in quello che è stato presentato come un passo verso la non violenza.

Recep Tayyip Erdoğan, da parte sua, ha colto l’occasione per ribadire la sua retorica di unità nazionale, evitando però di parlare esplicitamente di “pace”. «Le cose migliori devono ancora arrivare», ha dichiarato, citando la collaborazione tra il suo partito (Akp), il nazionalista Mhp e il filocurdo Dem. Un’alleanza che, seppur improbabile, potrebbe garantire al presidente turco il sostegno necessario per consolidare il suo potere. Ma il prezzo da pagare è chiaro: concessioni ai curdi, almeno sulla carta, in cambio di un appoggio politico che gli permetterebbe di governare ancora.

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