«Sei donna, servi il caffè»: la manager di Conegliano licenziata in gravidanza ottiene il reintegro e 50mila euro di risarcimento

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   La stanza dei bottoni della Keyline, storica azienda di Conegliano specializzata nella produzione di chiavi e macchine duplicatrici, è diventata il teatro di una vicenda giudiziaria che ha portato alla luce dinamiche aziendali quanto meno controverse, costringendo il tribunale di Treviso a intervenire con una sentenza destinata a lasciare il segno. Al centro della decisione, firmata dalla giudice Maddalena Saturni, c'è la figura di una dirigente – peraltro parte della stessa famiglia proprietaria – che durante le riunioni si vedeva rivolgere richieste umilianti e dequalificanti, come quella di preparare e servire il caffè ai colleghi presenti, motivata unicamente dalla sua appartenenza al genere femminile. Una frase secca, «sei donna, servilo tu», ripetuta nel tempo e davanti ad altri dipendenti, che ha finito per configurare un vero e proprio quadro di molestie discriminatorie, culminato poi con il licenziamento della professionista, avvenuto il 29 luglio del 2024 quando la donna era in stato di gravidanza.

Le umiliazioni quotidiane e le frasi che hanno portato alla condanna

Non si è trattato, come spesso accade in queste cronache, di un episodio isolato o fraintendibile: gli atti processuali hanno delineato una condotta sistematica e reiterata, nella quale alla manager – che pure aveva assunto la qualifica dirigenziale pochi mesi prima, a gennaio del 2024 – veniva costantemente ricordato il suo posto attraverso una narrazione che mescolava stereotipi di genere e svalutazione professionale. Oltre all'ordine di occuparsi del caffè, che la poneva in una situazione di imbarazzo e inferiorità rispetto ai colleghi maschi, le venivano rivolte frasi ancor più esplicite circa la sua inadeguatezza: «Tu non meriti la dirigenza e la posizione – le diceva un superiore, secondo quanto ricostruito – io avrei bisogno di un uomo e per di più con esperienza». Un crescendo di vessazioni che includeva anche l'esclusione progressiva da decisioni strategiche e la mancata comunicazione di riunioni cruciali, quasi a volerla isolare e marginalizzare in un contesto, quello della Keyline, che pure vanta una tradizione familiare lunga oltre due secoli e che oggi si trova a fare i conti con le ombre della propria governance.

Le contestazioni disciplinari e la prassi delle spese «familiari»

A rendere ancora più complesso il quadro, e a gettare luce sulle tensioni interne alla dinastia imprenditoriale, sono arrivate le controdeduzioni dell'azienda, che aveva notificato alla dirigente una contestazione disciplinare circa un mese prima del licenziamento. Le accuse riguardavano l'utilizzo della carta di credito aziendale per spese personali, per un ammontare complessivo di circa 5.600 euro, e una presunta responsabilità operativa in un sovraccarico del magazzino verificatosi durante alcune attività negli Stati Uniti. Accuse che i legali della donna – Francesco Furlan, Luigi Fadalti e Gabriele Mirabile – hanno però smontato punto su punto nel corso del dibattimento, dimostrando come l'uso personale della carta fosse in realtà una prassi consolidata e tollerata all'interno del nucleo familiare che controlla la società, mentre l'addebito relativo alla gestione del magazzino è stato giudicato talmente generico e privo di riscontri da non reggere nemmeno al primo vaglio giudiziale. Ne è emerso il ritratto di un'azienda dove le regole, specie quelle scritte, sembravano valere in modo diverso a seconda dei ruoli e, forse, del genere di chi le interpretava.

La sentenza e il valore esemplare del risarcimento per «danno da discriminazione»

Il tribunale di Treviso, nella sua ricostruzione, ha quindi annullato il licenziamento ritenendolo non solo ingiustificato ma, come scritto nella sentenza, «l'ultimo ed estremo atto di discriminazione fondata sul sesso», aggravato dalla circostanza che la lavoratrice si trovasse in gravidanza, condizione che la legge italiana tutela in modo rigoroso vietando qualsiasi interruzione del rapporto di lavoro salvo colpe gravissime, qui del tutto assenti. Oltre al reintegro della professionista nel suo ruolo, il giudice ha condannato l'azienda a corrisponderle 50mila euro per il «danno da discriminazione», una cifra che si aggiunge ai circa 112mila euro di stipendi arretrati e ai 1.725 euro per il danno da stress, a testimonianza di come il complesso delle condotte vessatorie – le «molestie» vere e proprie – abbia inciso profondamente sulla sua salute e sulla sua dignità. Una storia analoga, peraltro, ha coinvolto nello stesso periodo anche la sorellastra della manager, licenziata a sua volta un mese dopo la nascita della figlia, quasi che l'azienda avesse intrapreso una strategia precisa nei confronti delle donne della famiglia, costringendo la giustizia a ribadire principi che si spererebbero ormai acquisiti.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.