“Nouvelle vague”, Richard Linklater e il giorno in cui il cinema cambiò per sempre
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Non è semplice, per un cineasta americano, avvicinarsi al monumento sacro della cinematografia francese senza rischiare l’accusa di lesa maestà, eppure Richard Linklater – texano, autodidatta, sperimentatore nato – l’ha fatto con un’opera che di quel monumento racconta non tanto la celebrazione quanto il folgorante momento della genesi. Il suo Nouvelle vague, presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes e in arrivo nelle sale italiane il 5 marzo grazie a Lucky Red e BIM Distribuzione, è un oggetto filmico affascinante e sfuggente, una dichiarazione d’amore che si materializza in bianco e nero per riportarci sul set di Fino all’ultimo respiro, l’esordio di Jean-Luc Godard che nel 1960 letteralmente frantumò ogni convenzione narrativa e stilistica, riscrivendo le regole di ciò che il cinema poteva osare.
Linklater, forte di una carriera che l’ha visto destreggiarsi tra il cinema indipendente più profondo (Boyhood), la commedia hollywoodiana (School of Rock) e persino la sperimentazione animata (Waking Life), si getta in un'impresa che è quasi un azzardo: girare in francese, con attori poco noti al grande pubblico, un film che è al contempo un making of romanzato, un biopic atipico e una riflessione metacinematografica sulla natura stessa della creazione artistica. La pellicola segue Jean-Luc Godard – interpretato da un intenso Guillaume Marbeck – nel periodo in cui, giovane critico dei Cahiers du Cinéma animato da una sconfinata ambizione e da una altrettanta insolenza, convince il produttore Georges de Beauregard (Bruno Dreyfürst) a finanziare la sua opera prima, e la diva americana Jean Seberg (Zoey Deutch) a prestarsi a un ruolo che la consacrerà come icona, accanto a un allora semi-sconosciuto Jean-Paul Belmondo (Aubry Dullin). Assistiamo, così, al caos creativo di quei giorni parigini del ’59, dove il copione veniva riscritto ogni mattina, le luci artificiali erano bandite e la macchina da presa, finalmente libera dai cavalletti, cominciava a respirare l’asfalto umido delle strade.
La rivoluzione vista da lontano, tra feticismo e miracolo
Ciò che rende l’operazione di Linklater particolarmente interessante è lo sguardo straniato ma innamorato con cui osserva quel manipolo di ragazzi – Truffaut, Chabrol, Rohmer, Rivette – che stavano per cambiare la storia del cinema senza forse nemmeno rendersene conto del tutto. Il regista americano non costruisce un piedistallo, ma cerca di catturare l’energia, quell’urgenza quasi fisica che portò Godard a realizzare un film destinato a diventare il manifesto di una nuova era. La Cineteca di Bologna, del resto, coglie perfettamente il senso di questo dialogo a distanza tra due epoche, riportando in sala dal 9 marzo la versione restaurata di Fino all’ultimo respiro, quasi a voler sottolineare che il capolavoro di Godard vive di luce propria, ma che l’omaggio di Linklater offre una chiave d’accesso privilegiata al suo mito, rendendo tangibile quella tensione creativa che altrimenti rimarrebbe impressa solo sulla pellicola originale.
C’è chi, come alcuni critici francesi raccolti da France Inter, ha visto in questa ricostruzione un’operazione affascinante ma potenzialmente destinata a rimanere in bilico tra il “miracolo grazioso” e il “feticcio fastidioso”. Da un lato, infatti, emerge la meraviglia per la capacità di Linklater di resuscitare quei corpi, quelle atmosfere, quel jazz di sottofondo che sembra uscire direttamente dai juke-box dell’epoca. Dall’altro, però, si insinua il dubbio: ha senso ricreare con tanta maniacale precisione i volti di Belmondo e Seberg se poi, al confronto con l’originale, la copia rischia di apparire inevitabilmente come un simulacro, privo di quella scintilla vitale e imprevedibile che rendeva unici i modelli? È un paradosso che il film di Linklater affronta con onestà intellettuale, giocando proprio su questa tensione tra la riproduzione fedele e l’impossibilità di replicare il genio.
Un canto corale per la settima arte
Eppure, al di là della mera aneddotica sul set, ciò che prende forma sullo schermo è un racconto corale di rara potenza. Non siamo di fronte alla semplice agiografia di un singolo autore, ma alla cronaca di un'emulazione collettiva, di un gruppo di amici che si sfidavano a colpi di articoli e idee, trasformando i caffè di Parigi in laboratori di un'estetica nuova. Il film di Linklater è pervaso da una gioia di vivere e di fare cinema che contagia lo spettatore, restituendo l’immagine di una generazione che aveva capito di poter abbattere i muri, di poter uscire dagli studi e portare la macchina da presa a contatto con la realtà pulsante, sporca e viva della strada. È un inno alla libertà creativa che parla al presente con una chiarezza sorprendente, ricordandoci che a volte le rivoluzioni nascono da un pugno di amici, da una cinepresa leggera e dalla voglia di non seguire più le regole imposte.




