Nouvelle vague, il film nel film: Linklater e il giorno in cui Godard cambiò tutto

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’era una volta, e non potrebbe essere altrimenti visto il soggetto, il cinema. Quello fatto di fumo, di discussioni interminabili al caffè, di macchina da presa a spalla e di soldi sempre troppo pochi. Richard Linklater, che del cinema americano indipendente è una sorta di poeta laureato, con Nouvelle Vague compie un’operazione tanto semplice sulla carta quanto complessa nella realizzazione: entra nel set di Fino all’ultimo respiro, il film che nel 1960 spaccò in due la storia della settima arte, e ne osserva il caos creativo. Lo fa con la grazia di chi quel cinema lo frequenta da una vita, e con un bianco e nero asciutto che restituisce la Parigi di fine anni Cinquanta non come un museo, ma come un laboratorio pulsante di idee. L’inquadratura in 4:3, le riprese a spalla, quel senso di improvvisazione costante che tanto doveva alla lezione di Rossellini, tutto concorre a creare un cortocircuito temporale: non si ha la sensazione di assistere a una ricostruzione, ma di essere lì, sul marciapiede degli Champs-Élysées, a guardare Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg che ripetono una scena senza sapere bene come andrà a finire. Perché il punto, ci ricorda Linklater, è proprio questo: il cinema è una scommessa, e a volte la si vince solo se si è disposti a perdere tutto.

Il Godard di Marbeck, tra occhiali scuri e geniale incoscienza

Al centro di questo vortice c’è lui, Jean-Luc Godard, che all’epoca non era ancora l’icona barbuta e impenetrabile che sarebbe diventato, ma un critico cinematografico con un paio di occhiali da sole sempre calati sul naso e una voglia matta di fare un film tutto suo. A interpretarlo è Guillaume Marbeck, una rivelazione assoluta per chiunque lo veda all’opera: il suo Godard è un folletto supponente, un ragazzo che si muove tra i giganti del cinema – il produttore Georges de Beauregard che trema per i suoi soldi, la diva americana Jean Seberg che non capisce una parola di ciò che le viene chiesto, l’amico Belmondo che più che un attore sembra un pugile prestato alla macchina da presa – con la sicurezza incosciente di chi sa di stare facendo qualcosa di nuovo, anche se forse non sa bene cosa. Marbeck lo tratteggia con un’ironia sottile, togliendogli quell’aura di sacralità che i decenni gli hanno cucito addosso e restituendolo alla sua dimensione più autentica: quella di un giovane uomo che, come diceva qualcuno, non cercava di fare un capolavoro, ma solo di raccontare una storia nel modo più vero possibile. E poi c’è la troupe, un insieme di figure che il regista americano ci presenta con dei cartelli ironici, quasi a volerci dire che la storia del cinema non è fatta solo dai grandi nomi, ma da quel ragazzo che spinge il carrello o da quella segretaria di edizione che tiene i ciak.

Un amore per il cinema che si fa immagine e suono

Linklater, che della Nouvelle Vague si è sempre sentito un erede spirituale – basti pensare ai dialoghi della sua Trilogia del prima o agli esperimenti onirici di Waking Life – non si limita a un’operazione nostalgia. Il suo film è attraversato da un’energia vitale che lo rende sorprendentemente contemporaneo, e se ne accorge chiunque abbia amato almeno una volta quel brivido che si prova quando si accendono i titoli di coda di un film che ci ha cambiato la vita. La macchina da presa di David Chambille, costretta a volte in carrelli improvvisati o nascosta nei luoghi più impensati, segue gli attori in un balletto continuo, e le strade di Parigi fanno da scenario a una rivoluzione che non ha bisogno di barricate, ma solo di una pellicola e di un’idea. C’è un momento, nel film, in cui Godard guarda le prime copie lavorato e decide di inserire quei celebri jump cut che manderanno in tilt generazioni di spettatori: è l’istante in cui l’errore diventa stile, in cui la necessità economica si trasforma in poetica. Ecco, Nouvelle Vague è pieno di questi istanti, e riesce a trasmettere la vertigine di chi si trova a fare i conti con la libertà assoluta di poter sbagliare.

Dentro il laboratorio di un capolavoro, tra litigi e scoperte

Si racconta che sul set di Fino all’ultimo respiro regnasse la più totale anarchia. Godard scriveva i dialoghi la mattina stessa, gli attori spesso non sapevano cosa avrebbero detto fino al momento di dirlo, e il direttore della fotografia Raoul Coutard era costretto a inventarsi soluzioni tecniche sul momento per risolvere problemi che nessuno aveva previsto. Nel film di Linklater tutto questo prende forma in modo vivido e partecipe, con Zoey Deutch che regala una Jean Seberg perfetta nella sua fragilità di star americana sperduta in un contesto che non controlla, e Aubry Dullin che restituisce la fisicità giocosa di Belmondo, quel suo essere sempre un po’ sopra le righe. Le riprese procedono a strappi, tra giornate in cui si gira una scena sola e altre in cui Godard manda a casa tutti perché non ha ispirazione, e intanto i soldi scarseggiano e il produttore minaccia di chiudere tutto. Eppure, in quel caos apparente, qualcosa di miracoloso sta prendendo forma. Nouvelle Vague ci mostra che il genio non è mai un’epifania solitaria, ma il frutto di un lavoro collettivo, di notti insonni, di litigi furiosi e di improvvisi colpi di genio. E lo fa con la leggerezza di chi sa che il cinema, dopotutto, è una cosa troppo seria per essere presa sul serio.

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