Nouvelle Vague, la poetica di Linklater sul set di Godard tra nostalgia e cessioni industriali

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un momento, nella Parigi del 1959, in cui il cinema smette di essere soltanto una sala buia e diventa un manifesto generazionale. Richard Linklater, regista americano che della parola e del tempo ha fatto la sua cifra stilistica — si pensi alla trilogia Prima dell’alba o all’esperimento temporale di Boyhood — prova a raccontare quell’istante preciso con Nouvelle Vague, film che arriverà nelle sale italiane il prossimo 5 marzo distribuito da Lucky Red. Non si tratta, però, della classica operazione nostalgia né tantomeno di un documentario celebrativo: la pellicola, piuttosto, ricostruisce il dietro le quinte di Fino all’ultimo respiro, il capolavoro d’esordio di Jean-Luc Godard che di quella corrente è stato ed è tuttora il simbolo più vivido.

La macchina da presa di Linklater, in questo suo primo progetto interamente in lingua francese, si infila tra le pieghe del set, mostrando un Godard interpretato da Guillaume Marbeck alle prese con la necessità di rifondare il linguaggio cinematografico. Gli attori che popolano questa ricostruzione sono quelli che hanno fatto la storia, da Jean Seberg — qui nella caratterizzazione di Zoey Deutch, che per prepararsi al ruolo avrebbe studiato per due anni la cadenza dell’attrice americana — a Jean-Paul Belmondo, che nel film assume le fattezze di Aubry Dullin. Ma la regia di Linklater si spinge oltre, evocando le presenze, a volte invisibili, a volte no, di François Truffaut e Claude Chabrol, di Éric Rohmer e Roberto Rossellini, quel padre del Neorealismo che per i giovani turchi dei Cahiers du Cinéma rappresentava un faro assoluto. Il racconto, va detto, non segue una linearità didascalica: è piuttosto un gioco di specchi, una riflessione sul cinema che si fa mentre lo si guarda fare, e in questo l’operazione riesce a essere fedele allo spirito godardiano più di quanto potrebbe esserlo una biografia tradizionale.

E mentre il film di Linklater si prepara a invadere le sale forti di dieci nomination ai César e di una candidatura ai Golden Globe, c’è un altro movimento, ben più concreto e finanziario, che si consuma intorno alla sua distribuzione italiana. La pellicola arriverà con il marchio Lucky Red, la gloriosa casa di distribuzione fondata nel 1987 da Andrea Occhipinti, ma lo farà in un momento di passaggio societario non indifferente. Il gruppo Vivendi, il colosso francese guidato da Vincent Bolloré, attraverso la sua controllata StudioCanal ha infatti acquisito il cinquantuno per cento delle quote della società per una cifra pari a 26,6 milioni di euro. L’operazione, formalizzata a Roma con la firma della ceo di StudioCanal Anna Louise Marsh e degli stessi soci italiani Valerio Scarinci e Stefano Massenzi, lascia intatta la posizione operativa di Occhipinti — che mantiene comunque il quarantanove per cento — ma segna comunque il passaggio di una delle poche realtà indipendenti del panorama italiano sotto l’egida di un grande gruppo internazionale.

La coincidenza temporale tra l’uscita del film e questa cessione azionaria assume, se vogliamo, una valenza quasi metaforica. Da una parte la pellicola celebra l’indipendenza creativa, quel cinema fatto di pochi soldi e tanta strada, di macchine da presa nascoste in bicicletta e di jump-cut che infrangevano le regole del découpage classico; dall’altra la cronaca ci racconta di un mercato che procede in direzione opposta, verso concentrazioni e acquisizioni, dove persino una realtà solida come Lucky Red — che nel 2024 ha chiuso con ricavi superiori ai cinquanta milioni di euro e un utile netto di 3,7 milioni — finisce per integrarsi in un meccanismo più ampio. I francesi, quelli veri della Nouvelle Vague, volevano distruggere il cinema di qualità per rifondarlo; i francesi di Vivendi, quelli di oggi, il cinema lo comprano.

La pellicola di Linklater, va detto, non si limita a raccontare Godard. Racconta anche l’idea che per fare una rivoluzione serva un gruppo, una banda, una combriccola di amici che si scrivono addosso soggetti e che si prestano soldi per finire un film. Nel cast ricostruito da Linklater ci sono infatti anche Suzanne Schiffman, che di Godard sarebbe diventata la fedelissima collaboratrice, e Georges de Beauregard, il produttore coraggioso che decise di finanziare quel ragazzo arrogante con gli occhiali spessi. E c’è, sullo sfondo, la Parigi dei caffè e delle discussioni infinite, quella che permetteva a un critico di diventare regista dal giorno alla notte semplicemente perché aveva qualcosa da dire e una macchina da presa con cui dirlo.

Il film, che in patria è già stato definito una “mitopoiesi midcult” e che è stato presentato in concorso al Festival di Cannes e alla Festa del Cinema di Roma, sembra voler catturare proprio questo: la fragilità e insieme la potenza di un momento storico in cui tutto sembrava possibile, anche fare un capolavoro senza sceneggiatura, improvvisando le battute e rubando le inquadrature per strada. Linklater, americano doc, si fa così cantore di una francesità cinematografica che forse nemmeno i francesi di oggi sanno più raccontare, e lo fa con uno sguardo che mescola l’ironia, la passione e quella malinconia leggera che viene dal sapere che certe alchimie non torneranno più.

E mentre Lucky Red si appresta a portare questa storia sul grande schermo, passando di mano ma mantenendo il proprio marchio, viene da pensare che forse, in fondo, è proprio questo il destino del cinema: essere continuamente venduto, ricomprato, reinterpretato, eppure sopravvivere sempre, come i jump-cut di Godard, a qualsiasi tentativo di messa in ordine.

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