Il ‘muro’ degli omissis nel processo Becciu: la procura vaticana non deposita gli atti integrali

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   È un vero e proprio braccio di ferro quello in corso nei meandri del sistema giudiziario vaticano, ormai da mesi teatro di uno scontro che vede contrapposti da un lato l’Ufficio del Promotore di Giustizia e dall’altro la Corte d’Appello, senza dimenticare le difese degli imputati. Alla scadenza del termine fissato per il 30 aprile 2026, il termine per il deposito integrale degli atti di indagine ordinato dal collegio giudicante, la procura guidata da Alessandro Diddi ha infatti deciso di non ottemperare pienamente alla richiesta, consegnando ai cancellieri una documentazione ancora censurata e piena di “omissis”. Un gesto che, secondo la difesa del cardinale Giovanni Angelo Becciu, rappresenta l’ennesima violazione delle garanzie fondamentali, riaprendo le crepe di un processo che già in primo grado era stato criticato per la mancanza di trasparenza.

Lo scontro sulla selezione degli atti e la motivazione della procura

La decisione del Promotore, che ha suscitato “sconcerto” immediato tra i legali Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo, si fonda su una motivazione tanto secca quanto controversa: rendere noto tutto il materiale raccolto potrebbe «arrecare gravissimi pericoli al bene e agli interessi pubblici», mettendo a repentaglio la sicurezza dello Stato della Città del Vaticano. In particolare, se da un lato sono state depositate integralmente alcune chat (come quelle che coinvolgono la sodale del testa chiave), dall’altro l’interrogatorio completo di monsignor Alberto Perlasca – il super testimone dell’accusa – rimane blindato, così come molte altre comunicazioni ritenute “irrilevanti” o “non pertinenti” dall’accusa stessa. Questa selezione, tuttavia, era stata esplicitamente vietata lo scorso 17 marzo dalla Corte d’Appello, che aveva ordinato il deposito senza alcuna possibilità di filtri, ribadendo un principio cardine dello Stato di diritto: nulla può essere valutato dal giudice se non è stato prima messo a disposizione di tutte le parti in causa.

La reazione dei legali: “Tradita l’ordinanza”

I difensori del porporato sardo – ma la posizione è condivisa anche dagli avvocati degli altri imputati come Cataldo Intrieri – hanno sottolineato come la mossa dell’ufficio di Diddi tradisca palesemente il senso del provvedimento emesso dalla Corte. I legali richiamano il principio secondo cui l’accusa non può arrogarsi il diritto di decidere unilateralmente quali carte la difesa abbia il diritto di conoscere, soprattutto in un procedimento – quello sulla compravendita del palazzo di Londra e la gestione dei fondi della Segreteria di Stato – che ha già visto una condanna in primo grado per Becciu (cinque anni e sei mesi) poi congelata dall’appello. Il mancato rispetto dell’ordine, spiegano le difese, ripropone il vizio di nullità già censurato in passato, rischiando di inficiare l’intera citazione a giudizio.

Un braccio di ferro senza precedenti sotto il pontificato di Leone XIV

Questo nuovo intoppo giunge a più di un anno dall’inizio del pontificato di Leone XIV, in un clima di crescente tensione tra gli organi giudiziari dello Stato. La Corte d’Appello, presieduta dal decano della Rota romana, aveva infatti ordinato la rinnovazione del dibattimento dopo aver accolto le eccezioni della difesa sulla parzialità degli atti, concedendo fino al 30 aprile per sanare le omissioni. Con il mancato deposito integrale, la procura rischia ora di vanificare quella possibilità di “ripartenza” che avrebbe dovuto garantire un equo contraddittorio. I magistrati inquirenti giustificano la scelta sostenendo la non necessità di mostrare quelle parti di indagine per la definizione del caso, ma per i difensori di Becciu si tratta di un atteggiamento che comprime il diritto a una difesa piena, rendendo di fatto impossibile un giudizio sereno nei confronti del loro assistito.

Le chat e i documenti ancora segreti

Al centro della battaglia giudiziaria, che si trascina da anni, vi sono carteggi e registrazioni ritenuti cruciali per dimostrare l’esistenza o meno di un presunto dossieraggio ai danni del cardinale. L’Ufficio del Promotore sostiene che la diffusione di alcune videoregistrazioni o di specifici messaggi possa danneggiare l’interesse pubblico o violare la privacy di persone estranee al procedimento. Tuttavia, come osservato dagli avvocati, è paradossale che siano proprio gli stessi inquirenti a decidere cosa sia “pertinente” e cosa no, scavalcando la volontà della Corte. La prossima udienza, fissata per giugno, si preannuncia quindi come un nuovo fronte caldo, dove i giudici saranno chiamati a pronunciarsi sulla legittimità di questo ennesimo rifiuto e sulla possibilità di procedere oltre senza quei “tasselli” che la difesa ritiene indispensabili per dimostrare l’infondatezza delle accuse sul caso dell’immobile londinese.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.