Il processo vaticano ad Angelo Becciu è nullo, la Corte d’Appello ordina di rifare il dibattimento
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Redazione Esteri
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La vicenda giudiziaria che ha scosso le fondamenta del Vaticano, conosciuta come il “processo del secolo” per il coinvolgimento di un cardinale e di altri alti prelati in una complessa operazione finanziaria legata a un immobile di lusso a Londra, ha subito una svolta inaspettata. La Corte d’Appello dello Stato della Città del Vaticano, con un’ordinanza di sedici pagine depositata nella giornata di ieri, ha infatti decretato la «nullità relativa» del primo grado del procedimento, ordinando consequenzialmente la «rinnovazione del dibattimento» a partire dal deposito integrale degli atti istruttori. Una decisione che, di fatto, riporta l’intero impianto accusatorio al punto di partenza, sebbene la sentenza emessa dal tribunale nel dicembre del 2023 – che aveva inflitto al cardinale Angelo Becciu una condanna a cinque anni e sei mesi di reclusione – mantenga formalmente i suoi effetti, non essendo stata dichiarata la nullità complessiva del giudizio di primo grado. La stessa Corte, presieduta da monsignor Alejandro Arellano Cedillo, ha fissato al prossimo 22 giugno la comparizione delle parti innanzi a sé, un’udienza che non entrerà nel merito delle presunte malversazioni ma servirà esclusivamente a stabilire il calendario delle future udienze, concedendo nel frattempo alle difese termine fino al 15 giugno per l’esame degli atti.
Il cuore della decisione dei giudici d’appello, che hanno accolto le eccezioni sollevate dai legali del cardinale Becciu, gli avvocati Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo, risiede in un duplice ordine di vizi procedurali ritenuti insanabili e lesivi del diritto alla difesa. Da un lato, è emerso il mancato deposito integrale del fascicolo istruttorio da parte del promotore di giustizia Alessandro Diddi, un’omissione che ha impedito agli imputati e ai loro difensori la piena conoscenza di tutti gli atti raccolti durante la fase investigativa, con alcuni documenti che sarebbero stati prodotti in cancelleria solo in forma parziale o coperti da omissis. Dall’altro lato, e questo rappresenta un elemento di novità giuridica di primaria importanza, la Corte ha rilevato l’illegittimità di alcuni atti istruttori adottati sulla base di un rescritto di papa Francesco del 2 luglio 2019, un provvedimento di natura legislativa che conferiva ampi poteri al promotore di giustizia ma che, non essendo stato pubblicato, era rimasto segreto agli stessi imputati fino all’avvio del processo, vanificando di fatto ogni possibilità di contestazione tempestiva. Una situazione inedita per i tribunali vaticani, come sottolineato dalla stessa ordinanza, che non ha trovato precedenti giurisprudenziali riguardanti il deposito parziale del fascicolo istruttorio, rendendo così necessario il ricorso a principi consolidati della giurisprudenza italiana del primo Novecento e del codice di diritto canonico a garanzia del contraddittorio.
Il nodo dei rescritti pontifici e il diritto alla difesa
La questione sollevata dalle difese, e fatta propria dalla Corte d’Appello, tocca un aspetto delicato dell’ordinamento giuridico vaticano, ovvero la natura e l’efficacia delle deroghe normative introdotte per volontà pontificia. I legali di alcuni degli imputati, tra cui l’avvocato Cataldo Intrieri che assiste l’ex funzionario Fabrizio Tirabassi, hanno parlato di una decisione «storica», in quanto per la prima volta un tribunale vaticano avrebbe ritenuto «inefficace e privo di effetti» un rescritto del Papa proprio a causa della sua mancata pubblicazione, un atto che, secondo l’accusa, aveva di fatto modificato le regole del processo a svantaggio degli imputati. Ne conseguirebbe, sempre secondo i difensori, una «radicale nullità di tutta l’indagine e del processo», inclusi gli interrogatori di testimoni chiave come quello ritenuto fondamentale per l’accusa, poiché basati su una norma considerata inefficace ab origine. La Corte, pur non giungendo a dichiarare la nullità assoluta dell’intero giudizio di primo grado, ha voluto comunque ribadire con forza che «l’osservanza delle garanzie procedurali, l’imparzialità del giudice, l’effettività del diritto di difesa e la ragionevole durata del processo non sono meri strumenti tecnici», ma condizioni imprescindibili affinché l’esercizio della funzione giudiziaria acquisisca autorità e contribuisca alla stabilità istituzionale, un passaggio che nelle intenzioni dei giudici suona come una chiara messa in guardia per il futuro.
L’accusa si ritira e le difese esultano per il nuovo corso
A complicare ulteriormente il quadro, e a rendere ancora più netta la vittoria delle difese, è giunta la notizia che lo stesso ufficio del promotore di giustizia, nella persona di Alessandro Diddi, ha già rinunciato a sostenere l’accusa in questo secondo grado del processo, un gesto che segue di pochi mesi le sue dimissioni dal caso dopo un precedente pronunciamento della Cassazione vaticana che aveva già bocciato un suo appello per un errore procedurale definito “inesperto”. L’ordinanza della Corte d’Appello, infatti, non si limita a fissare la nuova udienza, ma ordina all’ufficio del promotore di giustizia di depositare in cancelleria, entro il 30 aprile 2026, tutti gli atti e i documenti del procedimento istruttorio «nella loro versione integrale», un adempimento che dovrebbe colmare la lacuna all’origine della nullità. I legali del cardinale Becciu, Viglione e Marzo, hanno espresso piena soddisfazione per il provvedimento, sottolineando come la decisione della Corte dimostri che fin dal primo momento le loro rimostranze sulla violazione del diritto di difesa e sulla necessità di celebrare un processo giusto fossero fondate, aggiungendo che l’ordinanza «sconfessa pienamente la sentenza del Tribunale» di primo grado.
Il processo che aveva portato alla condanna del cardinale Becciu e di altre otto persone, tra cui finanziari e intermediari, era nato dall’investimento di circa 350 milioni di euro della Segreteria di Stato in un fondo gestito dal finanziere Raffaele Mincione per l’acquisizione di un palazzo nella lussuosa zona di Chelsea a Londra, un’operazione che secondo l’accusa aveva causato perdite miliardarie per le casse vaticane, intaccando fondi destinati all’elemosiniere e ad opere di carità. Una vicenda complessa, che aveva portato alla luce non solo presunte malversazioni e abusi d’ufficio, ma anche lotte di potere interne, e che aveva visto il cardinale Becciu, già numero due della Segreteria di Stato e un tempo considerato un papabile, privato dei diritti cardinalizi da papa Francesco nel 2020, ben prima della sentenza di condanna. Ora, con la decisione della Corte d’Appello, si apre una fase completamente nuova: il dibattimento dovrà essere ripetuto davanti agli stessi giudici d’appello, ma con la garanzia che tutti gli atti siano finalmente nella piena disponibilità delle difese, in un clima processuale che si preannuncia radicalmente diverso rispetto al passato.




