Il sorpasso nei sondaggi in Ungheria: Tisza al 55 per cento, Fidesz fermo al 35. La sfida a Orbán passa per il voto del 12 aprile
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Redazione Esteri
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A sette settimane esatte dal voto che il 12 aprile prossimo chiamerà gli ungheresi a rinnovare l’Assemblea nazionale, la fotografia scattata dall’ultimo sondaggio dell’istituto Medián, e pubblicata questa settimana, restituisce l’immagine di uno scenario politico radicalmente mutato rispetto agli ultimi sedici anni, quelli che hanno visto il dominio pressoché ininterrotto di Viktor Orbán e del suo partito Fidesz. La rilevazione, che prende in considerazione l’universo degli elettori che si dichiarano certi di partecipare al voto, assegna al partito Tisza, la formazione di opposizione guidata da Péter Magyar, un consenso pari al 55 per cento, lasciando al partito del premier uscente un 35 per cento che, se confermato, rappresenterebbe una débâcle storica per il leader che dal 2010 ha ridefinito i confini della democrazia ungherese in senso illiberale -1. Venti punti percentuali di distacco, una voragine che, come ha osservato l’analista politico Gábor Török, appare difficilmente colmabile con le armi della campagna elettorale, per quanto affilata possa essere la macchina comunicativa di Orbán -1.
Naturalmente, e il premier uscente è il primo a sottolinearlo con ironia — bollando il direttore di Medián come “il miglior umorista” del paese — i sondaggi vanno presi con le pinze, soprattutto in un contesto polarizzato come quello ungherese dove istituti vicini al governo, come Nézőpont, pubblicano rilevazioni diametralmente opposte che accreditano il Fidesz ancora in vantaggio, seppur di misura -1. Tuttavia, la tendenza indipendente e internazionale sembra ormai consolidata: l’ascesa di Magyar, ex fedelissimo del regime trasformatosi nel suo più acerrimo nemico, è sotto gli occhi di tutti e sta ridefinendo il perimetro del confronto politico. Il suo partito, nato da una costola del sistema di potere che intende combattere, ha saputo intercettare un malcontento diffuso che va ben oltre la tradizionale opposizione liberale e di sinistra, frammentata e ridotta ai margini tanto che molti suoi ex elettori, per blindare il voto utile contro Orbán, confluiscono ora su Tisza -1.
La campagna elettorale, in queste settimane decisive, si gioca su terreni sia tradizionali che inesplorati. Da un lato, Orbán ripropone la sua narrativa collaudata, quella che lo vede unico baluardo della sovranità nazionale e della pace di fronte a una Europa e a una Ucraina belliciste; un messaggio potente, veicolato senza soluzione di continuità dal servizio pubblico radiotelevisivo e dalla galassia mediatica a lui fedele -5. Dall’altro, però, l’agenda politica è stata costretta a fare i conti con le accuse di corruzione e malgoverno che Magyar ripete incessantemente, e con i fantasmi di una macchina del fango che sembra uscita dai manuali della strategia politica putiniana. Lo stesso leader di Tisza, poche settimane fa, ha denunciato pubblicamente di essere stato vittima di un ricatto, con la minaccia di diffusione di un video che lo ritrarrebbe in momenti di intimità con una sua compagna — un’operazione che ha definito di stampo russo, finalizzata a distruggere la sua credibilità morale attraverso metodi che, se confermati, segnerebbero un salto di qualità senza precedenti nella lotta politica ungherese -7.
La guerra parallela del “fight club” e dei deepfake
Se il ricatto sessuale rappresenta la dimensione più oscura e personalistica dello scontro, la battaglia per il consenso si combatte ormai anche e soprattutto sul fronte digitale, con un uso spregiudicato delle nuove tecnologie. Il partito Fidesz avrebbe messo in campo una vera e propria armata virtuale, un “fight club” online — come è stato ribattezzato dagli analisti — ovvero una rete di sostenitori attivi su Facebook, accessibile solo su invito, con il compito di amplificare a dismisura la propaganda anti-Ue e anti-Ucraina e di condividere contenuti diffamatori costruiti ad arte -2. Tra questi, un ruolo di primo piano è giocato dai deepfake generati con l’intelligenza artificiale: lo stesso Orbán ha ripreso e diffuso video falsi che mostravano Magyar mentre riceveva istruzioni da Ursula von der Leyen o, in un altro caso, scene di presunte esecuzioni di ungheresi da parte di soldati tedeschi della Seconda guerra mondiale, una narrazione volta a terrorizzare l’elettorato sulla possibilità di una vittoria dell’opposizione che porterebbe il paese nel baratro della guerra -2. Questi contenuti, come notano gli esperti di fact-checking, riescono spesso ad aggirare i nuovi regolamenti europei sulla trasparenza della pubblicità politica, perché non vengono etichettati come tali o perché sfruttano le maglie larghe degli algoritmi delle piattaforme, rendendo di fatto inefficaci i tentativi di arginare la disinformazione -2.
Il fattore economico e i fondi Ue congelati
Al di là delle campagne diffamatorie e della guerra mediatica, la posta in gioco economica è altissima e contribuisce a spiegare l’entusiasmo degli investitori per un possibile cambio di guardia. La valuta ungherese, il fiorino, ha recentemente rafforzato il suo valore proprio sulla scia dei sondaggi che danno Tisza in vantaggio: il mercato scommette che una vittoria di Magyar possa sbloccare i circa 18 miliardi di euro di fondi europei attualmente congelati a causa delle note violazioni dello stato di diritto commesse dal governo Orbán -3-5. Un’iniezione di liquidità che, nelle intenzioni del leader di Tisza, sarebbe immediatamente destinata a rilanciare sanità, istruzione e infrastrutture, settori che negli anni hanno pagato lo scotto delle politiche di centralizzazione e delle cronache di corruzione. Su questo terreno, Magyar promette di riallineare Budapest a Bruxelles, firmando rapidamente un accordo che permetta di accedere alle risorse del Recovery Fund, la cui scadenza per l’utilizzo è fissata alla fine di agosto, un calendario stretto ma non impossibile se il nuovo esecutivo dovesse insediarsi con la necessaria tempestività -5.
Le incognite del sistema elettorale maggioritario
Tuttavia, trasformare il 55 per cento dei consensi in una maggioranza parlamentare solida non è un’equazione automatica in Ungheria. Il sistema elettorale, modellato negli anni proprio da Orbán per blindare il proprio potere, assegna 106 seggi su 199 in collegi uninominali con formula maggioritaria secca: chi vince nel collegio, anche con un solo voto di scarto, porta a casa l’intero seggio -6. Questo meccanismo, che in passato ha premiato Fidesz trasformando vittorie di misura in valanghe di parlamentari, potrebbe ora giocare a favore di Tisza, ma solo se la macchina del partito riuscirà a essere competitiva in ogni singolo distretto. La frammentazione residua dell’opposizione, con partiti come la destra radicale di Mi Hazánk dati intorno al 6 per cento e quindi potenzialmente in grado di entrare in Parlamento, rappresenta un’altra variabile complessa: i loro voti potrebbero sottrarre consensi a Tisza nei collegi uninominali, agevolando indirettamente i candidati di Fidesz -3. Il 12 aprile, insomma, non si voterà solo per scegliere un parlamento, ma per testare se l’architettura istituzionale costruita in sedici anni dall’uomo forte dell’Ungheria possa resistere all’urto di un’onda anomala partita proprio da una costola del suo stesso sistema.




