L’onda lunga del Tisza: Magyar vince e sfida la macchina mediatica di Orbán

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   BUDAPEST. La marea grigia degli elettori, quella che domenica ha travolto i bastioni del potere populista facendo registrare un’affluenza record del 77%, ha consegnato nelle mani di Péter Magyar un compito tanto storico quanto gravoso: smantellare l’architettura autoritaria costruita da Viktor Orbán in sedici anni senza cadere nelle stesse tentazioni. Il partito Tisza, che ha conquistato una maggioranza costituzionale (due terzi dei seggi) capace di riscrivere le regole del gioco, si trova ora a dover gestire una transizione delicatissima, dove la prima battaglia – come dimostrato dalla prima intervista del vincitore – si combatte sui media. Perché se è vero che il voto ha rappresentato il più bel biglietto da visita della resilienza democratica ungherese, è altrettanto vero che l’era post-Orbán inizia con un atto di forza mediatico che promette di non lasciare scampo alla vecchia guardia.

Un ring in diretta: la resa dei conti con la tv di Stato

La scelta, volutamente plateale, di Magyar di concedere la sua prima intervista post-vittoria alla tv pubblica – quella stessa macchina di propaganda che per due anni lo aveva bollato come traditore e oscurato sistematicamente – ha trasformato lo studio televisivo in un ring senza esclusione di colpi. Con una freddezza quasi chirurgica, il leader del Tisza ha paragonato i metodi dell'informazione di Stato a quelli della macchina bellica nazista ("Siete come Goebbels"), un'accusa pesante che mirava a giustificare l'annuncio choc immediatamente successivo: la sospensione dei notiziari pubblici. Non una riforma morbida, dunque, ma un blocco netto di quella che lui stesso definisce "una fabbrica di menzogne", almeno fino a quando non verranno ripristinate regole di imparzialità degne di uno Stato di diritto. I direttori di rete, messi all’angolo, hanno potuto solo assistere alla scena mentre il neo-premier usava la loro stessa trasmissione per decretarne la fine.

Affluenza storica e la fine dell'era Orbán

Il dato politico che risuona più forte nelle cancellerie europee non è solo la sconfitta di Orbán – peraltro già sancita dall’evidenza dei numeri – ma la qualità della mobilitazione popolare. Con oltre tre quarti degli aventi diritto alle urne, un dato che mancava dalla caduta del Muro, gli ungheresi hanno dimostrato che l’apatia non è un destino ineluttabile quando l’offerta politica è credibile. Magyar, ex fedelissimo del regime trasformatosi in anti-Orbán per eccellenza, ha saputo incanalare la rabbia per la corruzione endemica e l’isolamento internazionale, ottenendo un mandato talmente ampio (138 seggi) da non aver bisogno di alleati per governare. Questa supermaggioranza, ironia della sorte, è la stessa arma che Orbán aveva usato per piegare la Costituzione a suo piacimento; ora, chi la impugna promette di usarla per ricostruire le garanzie democratiche, a cominciare dalla resa dei conti con i procuratori e i giudici nominati ad personam.

La resa dei conti giudiziaria e la transizione istituzionale

Mentre Magyar attraversava il corridoio del Parlamento – definendo l’esperienza come un "enorme onore" – fuori dall’emiciclo si prepara il terreno per una delle epurazioni (legali) più profonde d’Europa. L’obiettivo dichiarato non è la vendetta, bensì lo smantellamento di quello che gli ungheresi chiamano il "sistema dei lacchè": il procuratore generale, i vertici della Corte costituzionale e i funzionari dell’ufficio dei media sono stati invitati a raccogliere le proprie cose senza fare storie. Si tratta di una partita ad altissimo rischio, perché toccare queste pedine significa scardinare l’ultimo baluardo che protegge l’eredità di Orbán. La sessione inaugurale, fissata per il 6 o il 7 maggio, sarà il primo vero banco di prova: lì si deciderà se la "pulizia" avverrà nel rispetto delle forme o se, come temono alcuni osservatori, il revanscismo prenderà il posto della ricostruzione.

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