Il 2026 si apre con un’altra morte all’ex Ilva, l’undicesima dal 2012, e la Procura di Taranto sequestra l’area dell’Agglomerato dopo il cedimento di una griglia
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Redazione Interno
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Ci sono fabbriche che divorano gli uomini, e lo stabilimento siderurgico di Taranto, ormai da anni, sembra non fare eccezione. Loris Costantino, trentasei anni, dipendente della ditta di pulizie Gea Power, è morto lunedì dopo essere precipitato nel vuoto da un’altezza di dieci metri, forse diciotto secondo alcune prime ricostruzioni, mentre era intento alla pulizia di un nastro trasportatore nell’area Agglomerato; un volo che non gli ha lasciato scampo, nonostante il trasporto d’urgenza all’ospedale Santissima Annunziata e i disperati tentativi di rianimarlo. Lascia la moglie e due figli piccoli, e lascia, dietro di sé, l’ennesimo reparto messo sotto sequestro dalla magistratura. La procuratrice Eugenia Pontassuglia ha aperto un’indagine per omicidio colposo contro ignoti, mentre i vigili del fuoco e il personale dello Spesal hanno iniziato i rilievi per capire come abbia fatto quella griglia metallica, quella sulla quale l’operaio poggiava i piedi, a cedere in quel modo.
La dinamica di una tragedia che si ripete a distanza di poche settimane
Non è la prima volta, e non sarà forse l’ultima, che si contano i morti cadendo dalle strutture di questo complesso industriale. Solo lo scorso 12 gennaio, un altro operaio, Claudio Salamida di quarantasei anni, perse la vita in circostanze che appaiono drammaticamente simili: anche per lui si parlò del cedimento di una grata, anche lui precipitò per diversi metri. Una analogia che ha spinto i sindacati, Fim, Fiom, Uilm e Usb, a proclamare uno sciopero di ventiquattro ore, con i lavoratori che hanno occupato la direzione dello stabilimento per denunciare quella che definiscono una fabbrica ormai al collasso, abbandonata a se stessa e resa insicura da una manutenzione che appare sempre più carente. E se l’azienda in amministrazione straordinaria, Acciaierie d’Italia, parla di verifiche in corso e assicura la massima collaborazione con le autorità, chi entra ogni giorno dentro quei cancelli sa che il rischio di non uscirne è diventato una variabile costante del proprio lavoro.
Un sequestro lungo quattordici anni e la fatiscenza degli impianti sotto inchiesta
La storia giudiziaria dell’ex Ilva si intreccia indissolubilmente con quella della sicurezza sul lavoro, e il dato che emerge dalle cronache è impietoso: dal 2012, anno in cui il gip Patrizia Todisco dispose il sequestro dell’area a caldo per il disastro ambientale, nello stabilimento hanno perso la vita undici lavoratori. Operai precipitati, schiacciati tra i locomotori come accadde a Claudio Marsella nell’ottobre di quell’anno, o stritolati dai nastri, vittime di un meccanismo produttivo che sembra aver smarrito ogni compatibilità con la tutela della persona. E mentre il quadro legale intorno alla fabbrica si fa sempre più incerto, con la recente sentenza del Tribunale di Milano che impone la chiusura dell’area a caldo entro agosto se non si adeguerà l’autorizzazione integrata ambientale, i commissari straordinari lavorano alla costituzione della newco con l’investitore americano Flacks Group, cercando di garantire le risorse per le manutenzioni che appaiono ogni giorno più urgenti.
I cittadini si preparano a depositare una denuncia mentre la politica cerca risposte
Nel frattempo, la società civile non resta in silenzio. Per mercoledì 4 marzo, il comitato Taranto Libera ha indetto un corteo che partirà da Palazzo di Città per dirigersi verso gli uffici della Procura: l’intenzione è depositare una denuncia penale contro i gestori della fabbrica, portando all’attenzione della magistratura lo stato di fatiscenza di impianti che definire pericolanti appare ormai un eufemismo. E mentre il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, chiede un piano straordinario di controlli e manutenzioni, sottolineando come senza interventi immediati l’acciaieria non abbia futuro, il governo ha convocato i sindacati a Palazzo Chigi per il 5 marzo, nel tentativo di districare una matassa che intreccia piani industriali, sequestri giudiziari e la vita di migliaia di famiglie.




