Abete: «Il calcio sconta una pessima immagine, se mi eleggono in Figc la cambierò. Io vecchio? Sì ma sono libero...»
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Redazione Sport
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La vigilia del verdetto, lunedì 22 giugno, quando l'assemblea della Federcalcio italiana sarà chiamata a eleggere il nuovo presidente, si tinge dei toni di un duello che ha ormai assunto i contorni di una sfida tra due visioni opposte del futuro del nostro calcio.
Da un lato Giovanni Malagò, forte di un consenso che i sondaggi e le ricostruzioni di corridoio danno in costante crescita, forte dell'appoggio di Serie A, calciatori e allenatori, e che ha incassato il via libera definitivo dell'Anac sulla sua eleggibilità, scongiurando il rischio di un ricorso sul tema del pantouflage.
Dall'altro Giancarlo Abete, l'ex numero uno della Federcalcio che dal 2007 al 2014 ha già seduto su quella poltrona e che oggi, forte del suo ruolo alla guida della Lega Dilettanti, prova a riportare al centro del dibattito i temi che, a suo dire, sono stati trascurati in questa campagna elettorale: la necessità di un confronto vero sulle criticità strutturali di un movimento che definisce "malato".
La competizione e la questione del pantouflage
La corsa alla presidenza è stata animata, nelle ultime settimane, non solo dalla dialettica tra i programmi ma anche da una complessa questione legale. Il tema del pantouflage, il divieto per un ex dirigente pubblico di assumere incarichi in settori su cui aveva potere decisionale, ha tenuto banco e rischiato di minare la candidatura di Giovanni Malagò, ex presidente del Coni. Tuttavia, il parere dell'Autorità Nazionale Anticorruzione, arrivato il 18 giugno, ha spazzato via ogni dubbio, escludendo l'applicazione del divieto alla carica di presidente della Figc.
Un pronunciamento che è valso al candidato della Serie A un importante lasciapassare, anche se, dall'altra parte, Giancarlo Abete ha tenuto a precisare che la sua non è mai stata una battaglia legale: "Non ho mai parlato del tema del pantouflage e, da parte mia, non farò mai nessun ricorso. Per me rimane una competizione di politica sportiva che consente di approfondire dei problemi", ha dichiarato il presidente della Lnd, ribadendo il suo approccio leale alla sfida elettorale.
Un approccio, questo, confermato anche da Malagò, che ha parlato di una "competizione leale e signorile".
I programmi a confronto: due visioni per il calcio italiano
Le due candidature che si presenteranno lunedì davanti ai delegati sono il riflesso di due idee quasi antitetiche su come rilanciare il movimento. Giancarlo Abete ha fatto del suo programma un punto d'onore, incentrandolo sulla necessità di rompere gli equilibri di potere che, a suo avviso, hanno paralizzato ogni tentativo di riforma. Il suo obiettivo è scardinare il "blocco decisionale" e trasformare il presidente federale da spettatore a mediatore capace di far dialogare le leghe professionistiche con il mondo dei dilettanti.
Nel suo piano, un ruolo centrale è occupato dalla valorizzazione dei giovani - l'Italia è fanalino di coda in Europa per l'impiego di under 21 - e dalla sostenibilità economica, con proposte che vanno dal tetto alle commissioni degli agenti a una gestione manageriale del Club Italia, separata dalla politica federale. Dall'altra parte, la piattaforma di Giovanni Malagò si concentra sulla crescita della Serie A come motore dell'intero sistema, garantendo però alla Federazione il ruolo di garante dell'interesse generale.
Un progetto che guarda alla modernizzazione degli impianti, allo sviluppo del calcio femminile e a una governance che, secondo le indiscrezioni, vedrebbe Roberto Mancini come futuro commissario tecnico e Sara Gama nel ruolo di vicepresidente.
Gli equilibri e il voto di lunedì
Mentre la macchina organizzativa della Figc si appresta ad accogliere i 275 delegati chiamati al voto presso il Rome Cavalieri Waldorf Astoria Hotel, con la seconda convocazione fissata per le 11 di lunedì 22 giugno, gli equilibri sembrano ormai segnati. I sondaggi e le ricostruzioni sul fronte dei consensi danno Giovanni Malagò in netto vantaggio, con una maggioranza che, secondo Il Giornale d'Italia, potrebbe superare il 64%.
Un asse, quello che sostiene l'ex presidente del Coni, che si regge sul peso determinante della Serie A (18%), dell'Associazione Italiana Calciatori (20%) e dell'Associazione Allenatori (10%), un trittico che da solo garantisce quasi la metà dei voti necessari. Dall'altra parte, Giancarlo Abete può contare sulla compattezza della sua Lega Nazionale Dilettanti, che pesa per il 34%, ma che, da sola, non sembra sufficiente a scardinare la coalizione avversaria.
C'è curiosità anche per le scelte delle leghe minori, Serie B (6%) e Lega Pro (12%), che potrebbero, con i loro voti, rendere il risultato più o meno largo, ma senza mutarne sostanzialmente l'esito pronosticato.
L'eredità e i nodi da sciogliere
Al di là del risultato, la partita di lunedì si gioca su un campo che va molto al di là della scelta di un nome. Giancarlo Abete, nel suo discorso di chiusura della campagna elettorale, ha evidenziato come "in questo periodo elettorale si è parlato in massima parte del commissario tecnico non cogliendo in pieno l'opportunità per fare momenti di confronto sulle tante problematiche di politica sportiva".
Un monito che lascia intendere come la sostanza del suo impegno sia sempre stata quella di portare all'attenzione una serie di nodi irrisolti: la mancanza di una scuola di tecnici italiani, la difficoltà dei club europea e il declino qualitativo del nostro movimento. Che il presidente uscente Gabriele Gravina lasci un'eredità complessa, è un dato acquisito. Lunedì, con ogni probabilità, sarà Giovanni Malagò a raccoglierla, forte di un consenso che la macchina del calcio che conta sembra avergli già assegnato.




