Gwyneth Paltrow, quando Carolyn Bessette la chiamava “signorina perfettina”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Sullo sfondo patinato dei leggendari anni Novanta, tra grunge e minimalismo patinato, si consumava una piccola, silenziosa guerra di sguardi e definizioni. A raccontarlo oggi è Amy Odell, giornalista che ha firmato Gwyneth: The Biography, volume arrivato da poco anche in Italia dopo aver fatto discutere gli Stati Uniti. E il dettaglio che riemerge, gustoso per certi versi e rivelatorio per altri, riguarda il rapporto – o meglio, la distanza – tra l’attrice premio Oscar e Carolyn Bessette, all’epoca publicist per Calvin Klein e destinata a diventare, sposando John Fitzgerald Kennedy Jr., una delle icone di stile più dolorosamente effimere del secolo scorso. Pare che Bessette, oggi oggetto di una serie targata Ryan Murphy che ne riaccende il fascino malinconico, non avesse una grande simpatia per la giovane Gwyneth. La definiva, con un misto di distacco professionale e insofferenza personale, “little miss perfect”: signorina perfettina.
Un’antipatia silenziosa negli uffici di Calvin Klein
Per comprendere la dinamica, bisogna tornare indietro al periodo compreso tra il 1988 e la primavera del 1996, quando Carolyn Bessette lavorava per la maison Calvin Klein. Aveva iniziato come commessa in un punto vendita a Boston, per poi fare una carriera fulminea a New York: diventò direttrice delle pubbliche relazioni e responsabile della produzione di programmi televisivi. Era, in sostanza, il volto dell’ufficio stampa che curava i rapporti con i vip. E uno dei vip più seguiti era proprio Gwyneth Paltrow, cliente fissa del marchio e presenza abituale in ufficio per provini e appuntamenti. Secondo quanto riportato da Odell – che per scrivere il libro ha condotto oltre duecento interviste ad amici, colleghi e collaboratori della diva – l’irritazione di Bessette era palpabile. Ogni volta che i giornali pubblicavano una foto della Paltrow, Carolyn, da dietro la scrivania, non riusciva a trattenere commenti taglienti, infastidita da quell’aurea di perfezione che sembrava avvolgere l’altra ragazza.
L’attrice che non è mai stata neutra
Era il 2013 quando Gwyneth Paltrow riuscì in un’impresa solo apparentemente paradossale: nell’arco di otto giorni venne incoronata sia come la donna più bella del mondo sia come una delle celebrità più detestate. Un dualismo che la segue da sempre, del resto, perché se c’è una qualità che non le si può negare, è proprio quella di catalizzare l’attenzione. Amatissima o odiatissima, poco importa: dopo più di trent’anni sotto i riflettori, il pubblico e i media non riescono proprio a ignorarla. La biografia di Amy Odell – che non è certo agiografica, anzi, scava volentieri nei lati meno accomodanti del personaggio – prova a restituire le ragioni strutturali di questa polarizzazione. Non si limita a elencare gossip, ma cerca di mostrare come la figlia di Blythe Danner e Bruce Paltrow, cresciuta con Steven Spielberg come padrino, abbia saputo trasformare il privilegio in un meccanismo di attenzione perfettamente oliato, ben prima che la parola “influencer” entrasse nel vocabolario comune.
Un racconto che non risparmia nessuno
L’operazione di Odell, va detto, non è autorizzata: Gwyneth Paltrow non ha partecipato attivamente alle interviste, e chi conosce i suoi metodi sa che difficilmente avrebbe accettato di mettersi a nudo senza il filtro dei propri canali. Il libro, di conseguenza, prende voce da chi le è stato vicino – o anche solo accanto – in questi anni. E i ritratti che ne escono sono spesso impietosi. Si parla dei grandi amori, da Brad Pitt a Ben Affleck fino a Hugh Grant, e dei giudizi che l’attrice avrebbe riservato loro in privato: definizioni come “stupido” per l’ex fidanzato di *Seven* o “imbranato” per l’ex marito Chris Martin rimbalzano da una pagina all’altra come piccole bombe a orologeria. Ma al di là delle singole rivelazioni, a restare impressa è l’immagine di una donna che ha sempre avuto un controllo maniacale della propria narrazione: un “brand umano”, come lo definisce qualcuno, capace di incassare le critiche trasformandole in carburante per la propria macchina del consenso.




