Linus e i cinquant’anni di radio: «Sanremo? Una passeggiata, ma non sono abbastanza nazionalpopolare»

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Ci sono voci che attraversano generazioni senza mai perdere quella ruvida autenticità, e Linus – all’anagrafe Pasquale Di Molfetta – è tra queste. Alla vigilia di un traguardo che pochi possono vantare, mezzo secolo di consolle e microfoni, il direttore artistico di Radio Deejay ha scelto di concedersi al Corriere della Sera con la schiettezza che lo contraddistingue, quella che a volte rasenta lo spigolo ma che di certo non ammette fraintendimenti. Il 15 aprile sarà l’anniversario ufficiale, eppure nelle sue parole non c’è spazio per celebrazioni melense, quanto piuttosto per un esame lucido – a tratti impietoso – del proprio ruolo in un ecosistema mediatico che cambia pelle a velocità vertiginosa.

Se c’è un nodo che Linus scioglie senza esitazione è quello della televisione, e per estensione del palco più ambito della musica italiana. «La direzione artistica di Sanremo? Per me sarebbe una passeggiata, ma anche presentarlo è la cosa più facile del mondo», afferma con quella sicurezza che solo una carriera lunga cinquant’anni può legittimare. E aggiunge, quasi come un’amara presa d’atto che frena ogni possibile slancio: «Il difficile è arrivarci: non sono abbastanza nazionalpopolare». L’analisi, in apparenza autocritica, cela in realtà una riflessione più ampia su cosa significhi essere davvero “di massa” in Italia, dove il consenso popolare per il grande schermo sembra richiedere codici che lui, forse per scelta o per indole, dice di non possedere. Non nasconde il rammarico per un mancato “sfondone” sul piccolo schermo – paragonandosi ad altri colleghi cresciuti nella stessa Via Massena, come Amadeus o Fiorello – e lamenta una percezione ancora radicata per cui «la radio è vista come la Serie B della televisione». A nulla vale il dato oggettivo di un milione di ascoltatori giornalieri, che in tv rappresenterebbero un trionfo mentre nell’etere sembrano consumarsi nell’istante, lasciando una traccia labile. «Quando io avrò finito di fare la radio, di me non resterà niente», confessa, toccando la corda dolente di un’arte effimera per definizione.

Gli esordi tra fabbrica, serali e la scoperta di Gerry Scotti

Il viaggio nella memoria riparte da lontano, dagli anni Settanta, quando un diciassettenne sognatore varcò per la prima volta la soglia di Radio Hinterland Milano 2, a Cinisello Balsamo. «Fare radio in quegli anni era come essere un influencer oggi: nessuno sapeva farlo, era molto democratico», racconta, tracciando un parallelo che azzera le distanze temporali. Fu lì l’incontro con un giovanissimo Gerry Scotti, che Linus ritrae con un affetto venato d’ironia: «Era già con l’atteggiamento da vecchio zio», ricorda, descrivendolo in maglietta a righe e due cavalli azzurrina, già allora in possesso di una «facilità di parola affascinante» che lo faceva veleggiare «a un livello molto più alto del nostro». L’idillio con la radio, però, ebbe un costo salato sul piano scolastico: le bocciature si accumularono, costringendolo a un doppio turno massacrante. Di giorno il lavoro in fabbrica, dove «tagliavo e incollavo fogli di kevlar», di sera le scuole per recuperare gli anni persi, e poi ancora la notte in diretta, accompagnato in auto dalla sorella fino allo studio. Un’esistenza da “lupo solitario” che non scalfì mai la passione per quella musica che gli scorreva addosso come linfa vitale.

Il rapporto con Nicola Savino e i grandi delusi dal vivo

A settembre scatterà la trentesima stagione di *Deejay Chiama Italia* con Nicola Savino, e il feeling tra i due è ancora intatto, sebbene raccontato con il consueto realismo. «Cinicamente ammetto che Nicola mi serve per essere più simpatico: con lui sono autorizzato a essere anche stupido», scherza Linus, chiarendo però di non covare alcuna invidia per le fortune televisive del collega, frutto di gusti che lui stesso non condivide. La lunga carriera è costellata anche di incontri deludenti con i grandi della musica, aneddoti che Linus snocciola senza peli sulla lingua. Sting, in particolare, si porta a casa il poco ambito titolo di “più antipatico”: «La sua fama a riguardo lo precedeva», taglia corto, sebbene riconosca che l’artista britannico «ci giochi con fare l’antipatico». Nella stessa galleria di personaggi scontrosi finiscono Annie Lennox, che «guardava me e Nicola come fossimo due cretini», e il velocista Usain Bolt, ridotto a risposte monosillabiche. Più generosi, invece, attori come Noah Wyle o il mitico Fonzie, che scatenarono code per selfie in redazione.

Un mestiere che non lascia eredità materiali

La riflessione di Linus si fa infine esistenziale quando posa lo sguardo sul futuro del mezzo. L’intelligenza artificiale non lo spaventa più di tanto («Quando uscì Avatar si pensava cambiasse il cinema, ma non è successo»), mentre lo angoscia di più la perdita del rapporto umano. Emerge prepotente la consapevolezza di aver dedicato una vita a un’arte che non lascia monumenti. A differenza di un film o di un disco inciso, la radio è «un’opera che si consuma mentre la sto facendo», una fiamma che brucia solo quando è accesa. E forse è proprio questa fugacità a renderla così viva, così vera, così simile a Linus: schietta, spigolosa e dannatamente umana.

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