Prada corre su due velocità, l’acquisizione di Versace pesa sui conti ma Guerra rilancia: “essere agili e veloci è la ricetta anticrisi”

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Quello che doveva essere un consiglio d’amministrazione di routine, magari l’occasione per complimentarsi per aver riportato in Italia un pezzo di storia del Made in Italy come Versace, si è trasformato nella fotografia di un gruppo che continua a correre nonostante il mercato del lusso globale attraversi una fase di inevitabile riflessione. L’acquisizione della casa della Medusa, chiusa definitivamente il 2 dicembre scorso per un corrispettivo di 1,25 miliardi di euro, ha proiettato i ricavi consolidati del gruppo – su base pro forma – ben oltre la soglia dei 6 miliardi, attestandosi intorno a quota 6,3 miliardi. Un’operazione, questa, che porta con sé non solo l’orgoglio di detenere in casa un brand dal potenziale inespresso, ma anche il peso di una gestione che richiederà tempo e pazienza. Lo dicono i numeri dell’esercizio 2025, approvati ieri, che evidenziano ricavi netti per 5,718 miliardi di euro, in crescita del 9% a cambi costanti, e un utile netto salito a 852 milioni, segnando un +2% rispetto all’anno precedente. L’amministratore delegato Andrea Guerra, alla guida della corazzata insieme a Patrizio Bertelli, non usa giri di parole: la ricetta per affrontare l’incertezza economica è fatta di agilità e rapidità decisionale, due caratteristiche che il gruppo sembra aver messo in pratica nel momento stesso in cui ha deciso di inglobare un concorrente storico.

Il cuore pulsante di questa crescita, però, batte a due velocità diverse e quasi opposte. Se il marchio Prada, infatti, ha vissuto un anno di sostanziale assestamento con un calo dell’1% nelle vendite retail – sebbene si sia registrato un recupero progressivo nella seconda metà dell’anno fino a tornare in territorio positivo nell’ultimo trimestre – è Miu Miu a trainare il carro con una performance che non conosce crisi. Il brand, nato dalla creatività di Miuccia Prada e pensato per un pubblico più giovane e irriverente, ha fatto segnare un balzo del 35% su base annua, confermandosi come il vero motore di crescita del gruppo e dimostrando che la desiderabilità, quando è radicata nell’autenticità, può davvero essere l’antidoto più efficace all’incertezza dei mercati. Venti trimestri consecutivi di crescita, questi i numeri, che raccontano di una solidità di fondo che pochi altri player del lusso possono vantare in un momento in cui colossi come LVMH e Kering registrano flessioni sia nei ricavi che nei profitti.

Eppure, non è tutto oro ciò che luccica. L’integrazione di Versace, infatti, rappresenta la sfida più complessa per il management. Il marchio fondato da Gianni Versace ha chiuso il 2025 con ricavi per 684 milioni di euro ma in perdita operativa, un dato che Guerra e il suo team avevano messo in conto e che non sembra spaventarli più di tanto, almeno nel breve periodo. Il deal, come spiegato dagli stessi vertici, avrà un effetto diluitivo immediato sulla redditività complessiva del gruppo, comprimendo il margine operativo netto che è sceso al 23,2% dal 23,6% dell’anno precedente. La strategia, a questo punto, è chiara: nei prossimi mesi si lavorerà sodo sul fronte creativo e della distribuzione. Da febbraio, Pieter Mulier è stato nominato chief creative officer di Versace con l’obiettivo di riportare il brand alle sue radici più autentiche, quelle fatte di glamour e di una certa audacia stilistica, mentre sul fronte commerciale si procederà a una graduale riorganizzazione dei canali, spingendo sulle vendite a pieno prezzo e riducendo la dipendenza dagli outlet. Il gruppo prevede che il 2026 sarà ancora un anno di transizione per Versace, con perdite operative che potrebbero attestarsi su livelli simili a quelli appena registrati, per poi puntare a un miglioramento progressivo a partire dal 2027.

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