«Buonvino, un’ispettore gentile nella Roma più bella»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La consueta rappresentazione televisiva della capitale, quella che per anni ha alternato borgate romane e periferie difficili come Ostia, il Quarticciolo o la Garbatella, lascia improvvisamente spazio a uno scenario inedito. Per due serate, quelle del 7 e 14 maggio 2026, Rai 1 abbandona i cliché del poliziesco urbano e sporco per inerpicarsi tra i viali alberati di Villa Borghese, un’oasi di 80 ettari nel quartiere Pinciano che diventa improvvisamente il teatro di un’indagine dai contorni quasi fiabeschi. La serie, intitolata «Buonvino. Misteri a Villa Borghese», approda in prima serata dopo un’anteprima su Rai Play fissata per il 5 maggio, e rappresenta un unicum nel panorama delle fiction italiane: non solo per la location, ma per il carattere stesso del suo protagonista.
Un vicequestore in disgrazia, tra gattini e Lucio Dalla
Giovanni Buonvino, infatti, non è il classico sbirro duro e solitario che popola le serie d’oltreoceano. Cresciuto con il dogma che la giustizia trionfa sempre e che il bene debba necessariamente prevalere sul male, quest’uomo – che una brillante carriera aveva portato fino al grado di vicequestore – commette un errore madornale durante un blitz per catturare un latitante di prim’ordine. Un passo falso, quello, che gli costa l’allontanamento dai giri che contano e la destinazione a un commissariato speciale, quasi un confino dorato, incastonato nel cuore verde della città. Lì, a capo di una «scalcinata squadra di agenti» – demotivata, messa ai margini, considerata di serie z – Buonvino si trova a dover reinventare il proprio concetto di autorità. Lo fa ascoltando Lucio Dalla, adottando gattini abbandonati che gli girano intorno mentre scrive al computer, e soprattutto delegando. Non comanda, ma coordina; non impone, ma si mette in discussione.
L’eredità letteraria di Veltroni e la regia di Milena Cocozza
La serie, tratta dai romanzi gialli di Walter Veltroni editi da Marsilio, trova nei due episodi diretti da Milena Cocozza una trasposizione fedele a quella che lo stesso autore aveva immaginato: un commissario dalla leadership gentile, capace di usare l’empatia senza perdere un grammo di autorevolezza. A prestargli il volto è Giorgio Marchesi, il quale ha sottolineato come Buonvino sappia «leggere le persone» piuttosto che interrogarle con violenza. La produzione, affidata a Palomar in collaborazione con Rai Fiction, ha ricreato un meccanismo narrativo in cui i casi difficili – spesso freddi, talvolta accaduti proprio tra quei viali secolari – vengono risolti non con la forza bruta ma con l’intelligenza e la pazienza. Non siamo più di fronte al maschio alfa che impera nelle serie tradizionali, bensì a un investigatore che ha fatto della fragilità (e della sua redenzione) il proprio metodo.
Cronaca nera a porte chiuse, senza sconti ma senza spettacolarizzazione
Se i «Bastardi di Pizzofalcone» di Maurizio De Giovanni si riscattavano a Napoli tra degrado e riscatto sociale, qui il riscatto avviene nella luce soffusa di una delle ville storiche più grandi della capitale. Eppure, non mancano gli agganci a fatti di cronaca nera trattati con il necessario rispetto e senza inutili dettagli espliciti: cold case irrisolti, delitti sepolti dal tempo, omicidi che hanno lasciato tracce impalpabili tra le siepi e le statue del parco. L’inchiesta, nelle mani di Buonvino, diventa un esercizio di archeologia giudiziaria più che di azione. Il commissariato di Villa Borghese diventa così un laboratorio in cui la giustizia, quella vera, cerca ancora di trionfare – ma senza i clamori delle volanti e dei blitz notturni. Semplicemente, con la caparbietà silenziosa di chi non ha più nulla da dimostrare, se non a se stesso.




