L’Iran e la sfida generazionale: tensioni interne e il peso della "guerra dei 12 giorni"
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Redazione Esteri
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L’Iran, crocevia geopolitico tra conflitti e rivalità storiche, resta un paese in bilico, dove le tensioni interne rischiano di esplodere con una violenza pari a quella delle crisi regionali che lo circondano. La cosiddetta "guerra dei 12 giorni", un conflitto lampo che ha visto Teheran confrontarsi direttamente con Israele sotto l’egida di un fragile cessate-il-fuoco, ha lasciato cicatrici profonde non solo nella politica estera ma anche nel già instabile equilibrio interno. La leadership, divisa tra l’ala religiosa e quella militare, sembra navigare in acque sempre più agitate, mentre le minoranze etnico-religiose – dai curdi agli arabi ahwazi – continuano a rappresentare una polveriera innescata da decenni di marginalizzazione.
Giorgia Perletta, docente di storia e politica dell’Iran moderno all’Aseri, sottolinea come il regime abbia progressivamente perso il consenso di quella stessa popolazione che, nel 1979, aveva sostenuto la rivoluzione. «La sicurezza interna, una delle promesse fondamentali degli ayatollah, è oggi un miraggio», osserva, riferendosi non solo agli attacchi esterni ma anche alla repressione delle proteste, sempre più frequenti. Il caso delle donne iraniane, scese in piazza dopo l’ennesimo femminicidio impunito, o quello dei lavoratori in sciopero per salari non pagati, dimostrano che la rabbia sociale non conosce tregua.
La domanda che molti si pongono è se l’esercito, da sempre pilastro del sistema, possa un giorno ribaltare il tavolo a scapito dei religiosi. Sebbene un colpo di stato appaia improbabile nel breve termine, la crescente militarizzazione della politica – con i pasdaran che controllano porzioni sempre più ampie dell’economia – rende lo scenario meno fantascientifico di quanto sembri. Intanto, all’estero, figure come Reza Pahlavi, erede dell’ultimo scià, cercano di capitalizzare il malcontento, pur senza mai aver costruito una vera alternativa credibile.




